sabato 15 luglio 2017

Irene Nemirovski ci spiega che cosa sta facendo Angela Merkel: dove sta il Senso della Cultura.




di Sergio Di Cori Modigliani


Il 23 Agosto del 2016 ripubblicavo questo articolo che facebook mi riproponeva e, incuriosito dal titolo, ero andato a rileggerlo.

Il senso dell'articolo era relativo alla necessità di richiamare alla memoria -costantemente- il pericolo più grave per il nostro Paese e la nostra etnia: l'Alzheimer sociale e politico.
Ritengo, infatti, che aspetto più inquietante della nostra vita italiana consista nel fatto che andando a rileggere i brani della storia, sia quelli recenti che quelli precedenti, non ci si ritrova mai in un teatro antico, bensì dentro l'attualità.

Nulla cambia mai in Italia.

L'abilità dei nostri politici, nei decenni, è stata quella di presentare se stessi come gli innovatori, dei soggetti politici la cui priorità assoluta è "cambiare le cose".
L'elettore sceglie di crederci. 
Quando poi nascono le contestazioni, la formazione che ha vinto spiega che non può governare come vorrebbe perchè quelli di prima hanno fatto danni irreparabili, oppure c'è qualcuno troppo forte e potente che glielo impedisce. E lo status quo è così garantito.  
Ma esistono nazioni, etnie, società che sono andate incontro a poderose trasformazioni interne che hanno portato localmente a evoluzione e progresso.
Altre non ci sono riuscite.
Altre ancora (come l'Italia) non ci hanno neppure provato.

Ciò di cui tutti abbiamo bisogno per postulare un nuovo modello di italianità, consiste nel riuscire a nutrire questa passione civica per il cambiamento.
L'avevo ripubblicato il 23 agosto del 2016, questo post, ed era una auto-citazione: pubblicavo un mio precedente post del 2011 per condividere con i lettori lo sconcerto nell'accorgermi che andava bene comunque anche dopo anni.
Lo ripropongo oggi, per la terza volta.
Della serie super-memento.
Buona lettura.


Irene Nemirovski ci spiega che cosa sta facendo Angela Merkel: dove sta il Senso della Cultura
di Sergio Di Cori Modigliani pubblicato il 27 Ottobre 2011
Immaginiamo la seguente scena:
Luogo: una città imprecisata dell’Italia (sempre nel caso esista ancora).
Data: 2083.
Situazione: Maria Rossi alle prese con la sua tesi di laurea in “Storia delle idee dell’Italia repubblicana dal 2002 al 2012”.
Possiamo ben supporre che la giovane, intelligente e curiosa Maria abbia a disposizione (per noi oggi impossibile da immaginare) una serie di diavolerie tecnologiche tali da accelerare e facilitare il lavoro degli storici. Spulcia documenti, legge libri, segue i dibattiti ma alla fine la conclusione è sempre la stessa: “Tra il 2002 e il 2012 in Italia non è successo nulla”
Non c’è infatti un libro, un film, un documento italiano “scritto con il sangue” dal quale si riesca a comprendere il pulsare della nazione, ciò che accadeva, come lo vivevano, quali erano le reali contraddizioni, aspirazioni, sogni, utopie, ambizioni degli italiani di quel periodo. Disperata, Maria va dal suo relatore universitario e accetta il suo invito ad allargare lo spettro. Nuovo titolo: “Storia delle idee dal 2002 al 2012 nell’europa meridionale” che comprende quindi oltre all’Italia anche la Spagna, la Francia, il Portogallo, la Baviera, la Grecia, l’Albania, ecc.
Dopo qualche mese, disfatta dalla frustrazione, ritorna dal suo professore e spiega che dalle due paginette stiracchiate relative all’Italia è riuscita a stento ad arrivare a sette pagine, ma niente di più.
Nel frattempo, Maria è rosa dall’invidia nei confronti di Anna, una sua collega che sta facendo la tesi su “Storia delle idee in Europa tra il 1926 e il 1936” (ha già collezionato sedici pennette suddivise per nazioni, regioni, province, comuni, città, quartieri) e anche Carla con “Storia delle idee dell’Italia repubblicana tra il 1958 e il 1968” ha già riempito almeno dodici pennette da 1 milione di gigabyte ciascuna.
Frustrata e delusa, Maria si rivolge a un collega che lavora –sempre nella sua stessa università- presso il dipartimento scientifico di biologia mentale nella sezione “giochi sperimentali della mente” una nuova e divertente branca del sapere che si occupa di fare viaggi nel passato, talmente vividi e realistici, da fornire a chi lo vive la sensazione di esserci stato per davvero. Come diversi film e tonnellate di libri di fantascienza ci hanno raccontato.
Accetta l’invito di Ugo per fare da cavia a un nuovo marchingegno high tech.
Si infila nella macchina, vola nel tempo, si fa un viaggetto per tutta europa dal 2002 al 2012 (il tempo reale per lei dura più o meno due ore) e quando si sveglia la sua mente ha registrato tutto ciò che andava registrato.
Risultato: le due paginette diventano tre.
Rifà il gioco, ma questa volta va a Parigi, Roma, New York, Vienna, Mosca, in un giorno scelto a caso, nel quale –in teoria- non è accaduto nulla di rilevante, diciamo il 19 gennaio del 1927.
Ritorna indietro e ha materiale sufficiente per riempire almeno quindici pennette.
Cambia tesi di laurea.
Firma il protocollo burocratico con grave delusione del suo relatore che, per la decima volta, deve accettare il triste verdetto: il suo dipartimento non riesce a cavar fuori un ragno dal buco. Perderà la sovvenzione e il relativo budget; sarà costretto a scrivere, nella sua relazione che in Europa dal 2002 al 2012 non è accaduto nulla.
Fine della storia che funge da premessa e introduzione.
E’ estremamente difficile per tutti noi, nessuno escluso, accettare l’idea che viviamo dentro a un nulla di fatto. Poiché ne facciamo parte, è quasi impossibile rendersi conto che galleggiamo sospesi in un vuoto d’aria perenne, un po’ come i pesci rossi dentro una bolla di vetro che si guardano l’un l’altro e da autentici mitomani cercano di convincersi a vicenda che si trovano, se non proprio sguazzando in un fiume, quantomeno dentro un acquario.
Gli anni’30, cioè 80 anni fa, in tutto il pianeta, rappresentarono “il decennio” per eccellenza. Fortissime personalità politiche che si scontravano tra di loro, Roosevelt, Hitler, Mussolini, Stalin, Hiro Hito, Trotszkij (tanto per citare soltanto i più famosi) nel pieno di una depressione economica che aveva provocato un colossale disastro planetario, enormi sconvolgimenti sociali, discussioni, lotte, conflitti. Pittori,scrittori, storici, accademici, registi cinematografici, romanzieri soprattutto (fare l’elenco è davvero impossibile, riempirebbe centinaia e centinaia di pagine) da Los Angeles a Berlino, da Stoccolma a Marsala –e parlo qui soltanto del’occidente- hanno lasciato (magari inconsapevolmente) una radiografia accurata, una ineccepibile documentazione esistenziale, una gigantesca fotografia degli umori, sapori, odori, vizi e virtù delle generazioni che in quella spaventosa crisi avrebbe poi partorito la genesi del totalitarismo e una guerra mondiale che ha sterminato, complessivamente, almeno 100 milioni di persone innocenti, di cui soltanto 55 nell’europa occidentale.
Nei libri dei romanzieri di allora (e in tutta la produzione visiva) si palpava il colore del sangue che scorreva nelle vene dei testimoni di quel tempo; leggendo quei libri, osservando quei quadri, guardando quei film, vedendo quelle fotografie, oggi, 27 ottobre 2011, comodamente seduti nel salotto di casa propria, è possibile comprendere pienamente che cosa stesse allora accadendo, chi fossero i protagonisti, i portavoce, i dominanti, i sottomessi, ma soprattutto che cosa pensavano le donne e gli uomini di quell’epoca, sia i ricchi privilegiati che i poveri espoliati, dai padroni di sempre ai dannati della terra.
Erano voci. Erano facce. Erano le loro idee.
E non si tratta soltanto del privilegio storico di chi, venendo dopo, ha l’opportunità di leggere il passato proprio perché tale. Accadeva anche –e soprattutto- a loro. Quasi in contemporanea sapevano sempre ciò che accadeva e stava accadendo ai loro simili e dissimili anche a migliaia di chilometri di distanza, nonostante si trovassero (e non lo sapevano) appena appena all’alba delle comunicazioni di massa: Il telefono e il telegrafo, e soltanto per pochi fortunati; niente di più.
Oggi, invece, leggendo, guardando, osservando, ascoltando, la produzione letteraria, visiva, acustica dell’Italia (e di gran parte dell’europa) non si sente mai il sangue, non si vedono le vene, non si scorgono le arterie. Non si può, dunque, identificare il disegno.
Tantomeno, quindi, comprendere l’epoca.
Non è dato capire.
Si può soltanto azzardare, interpretare, affidarsi alla dietrologia, al soggettivismo narcisista: il trionfo di chi opera dietro le quinte e non vuole che si sappia ciò che sta accadendo, ciò che davvero è.
Non esiste un solo romanzo italiano negli ultimi dieci anni in cui i protagonisti, tra di loro, parlano di crisi economica, crisi sociale, crisi psicologica. Non esiste un solo personaggio, sia letterario che cinematografico, (magari anche tangenzialmente) il quale incappa in una qualsivoglia disavventura legale perché inserito in un quadro di corruttela. Se lo fanno è soltanto per riderci su; hanno il terrore della tragedia, che è l’unica, per definizione, a operare l’insostituibile funzione catartica necessaria a comprendere il reale per poter crescere.
Discorrono tutti del sesso degli angeli.
Manca il sangue.
E’ il vuoto che siamo chiamati a dover riempire.
Ma non per tirare la volata a questo o quel partito, e certamente non nel nome di un qualche principio ideologico. Proprio no.
Perché è l’unica –e ultima- possibilità di poter riagguantare il Senso.
E quindi, automaticamente, poter aspirare a comprenderne anche il Significato.
La loro somma, infatti, produce il Sapere.
Rispondo qui ai tanti e diversi lettori che ogni tanto mi chiedono di suggerire scrittori che parlano della crisi attuale, fornendo e offrendo spunti esistenziali “di carne e di sangue”. Perché quella è l’unica strada per tastare il polso della situazione e capire.
Suggerisco a tutti, quindi, una scrittrice di grande attualità, dotata di grande verve, poderosa stazza, coraggiosa e generosa nel regalare la cifra tutta femminile di una lettura del reale che fotografa in pieno l’ossatura della grande crisi che stiamo vivendo. Da lei c’è soltanto da imparare. E’ anche una buona maestra.
La si vede spesso da Gad Lerner, da Vespa, e adesso sta sempre da Santoro sul suo web.
Non è vero, scherzavo. Magari fosse così. E’ morta 69 anni fa.
Ma nei suoi libri scorre sangue vero, il sangue di quell’epoca.
Che è di nuovo la nostra.
Non potendo affidarsi a intellettuali e scrittori che in Italia hanno scelto l’annacquamento delle loro arterie e la pratica costante dell’impotenza, è bene affidarsi alla Storia e allo studio godurioso di chi aveva il sangue e l’ha donato ai posteri.
Basterebbero i titoli di alcuni dei suoi romanzi spettacolosi per capire di che cosa parla.
“Il vino della solitudine”.
“Il calore del sangue”
“Suite royale”.
Racconta la furibonda devastazione morale e umana prodotta da una società spensierata, opulenta, superficiale, dove gli imprenditori “hanno perso il senso e il gusto del fare per dissolversi all’alba di un’orgia compiacente nella suite royale di un albergo di lusso esclusivo”; racconta l’ossessione estetica dell’età e della vanità delle donne di quell’epoca “morire non mi spaventa affatto, perché dovrebbe? La morte è il nulla per tutti. Mi terrorizza la vecchiaia, le rughe, l’idea di non piacere più, perché questa è l’unica verità nella società di oggi. La pelle sempre liscia, i bei seni pieni, un sedere che non scende mai, questa è la nostra utopia, il nostro Senso. Per tutto ciò vale davvero la pena di morire”.
L’autora si chiama Irene Nemirovski.
Nata in Ucraina nel 1903 ma da piccola emigrata in Francia con la famiglia e naturalizzata francese, ci ha lasciato in eredità uno splendido spaccato dell’opulenza irresponsabile dell’elite degli anni’20 e ’30, quella che avrebbe prodotto la crisi economica e la guerra mondiale. Ma l’ha fatto raccontandoci l’esperienza sensoriale dei suoi protagonisti, i dettagli del loro vivere, la loro autentica verità di passioni e dolori. Narrata dall’interno, da uno dei partecipanti. Non fa mai cronaca, lei regala vita autentica.
Deportata dai nazisti francesi, è morta ad Auschwitz nel 1942. 

Ma i suoi libri sono rimasti.
Preziosa eredità.
Leggendoli, oggi, è possibile comprendere che cosa stia accadendo a Berlino tra la Merkel, Sarkozy, Draghi e Tremonti.
Dico sul serio.
Questo è il Senso vivo della Cultura.
Perché le loro chiacchiere e proclami hanno –come unico dichiarato fine- quello di mascherare la realtà. Spetta agli scrittori e agli intellettuali svelare e rivelare i personaggi, togliendo loro le maschere. Leggendo gli smascheratori di un tempo, aumentano le nostre possibilità e opportunità e di poterci fornire di adeguati strumenti di comprensione.
Non avendo la possibilità di rivolgerci ai contemporanei perché al mercato ci arrivano soltanto i corrotti, gli esangui, i delinfati, i collusi e quelli veri –per chi ha la fortuna e l’occasione- bisogna andare a stanarli nelle loro privatissime grotte clandestine, è bene affidarsi alle cure sagge di chi ha scelto di farsi autentico portavoce di un destino non soltanto individuale, ma storico.
Ci ha regalato la cifra di un’epoca.
Irene Nemirovksi ci racconta alla grande che cosa pensa Angela Merkel.
E’ la strada migliore per poter cominciare a capire qualcosa.
Perché una cosa, mi auguro, è ormai chiara a tutti.
Chi gestisce la baracca sta investendo tutte le proprie risorse (e sono davvero tante ma tante ma tante) per nascondere, occultare, confondere.
Nella nebbia e nella conseguente ressa di individui privi di bussola, pensano di poterla far franca.
Denunciare è inutile, non ha più senso.
Non esistendo voci autentiche e coraggiose, oggi, in Italia, è meglio andare ad ascoltare quelle che erano autentiche e coraggiose 80 anni fa.
L’Italia non è cambiata affatto.
Il Senso bisogna andare a cercarlo nell’autenticità del sangue versato da chi vive e ha vissuto una vita vera e autentica.
Buona lettura a tutti.
Dal 2004, l’editore Adelphi ha iniziato la pubblicazione in lingua italiana di tutte le opere di Irene Nemirovski.

giovedì 13 luglio 2017

Siamo diventati un popolo di convulsi odiatori.






di Sergio Di Cori Modigliani


Memento italiano: tanto per concimare la memoria.
L'odio convulso nei confronti di Renzi ha raggiunto un tale livello per cui, negli ultimi giorni, stiamo assistendo alla promozione di Enrico Letta al rango di statista, soprattutto da parte della cosiddetta sinistra e dei pentastellati. Roba da ridere. L'autore di "Morire per l'euro" (nella sua mente non si trattava di un noir, bensì di un rouge commissionato dall'asse Bersani/D'Alema/Napolitano) era quello che alla fine di giugno 2013 sosteneva pubblicamente, in diretta televisiva, dalla sua sedia di Presidente del Consiglio "Che forza il cavaliere! E' davvero insostituibile". Venti giorni dopo andava in visita ufficiale nei luoghi in cui è nata l'idea finanziaria dell'Isis, Arabia Saudita e Qatar, dove firmava contratti per miliardi di euro di forniture militari rappresentando ben 18 diverse industrie belliche italiane, vendendo la spina dorsale finanziaria italiana ai petrolieri del golfo; insieme a lui i rappresentanti di ben 15 aziende tra cui tre esperte nella produzione di armi di distruzione di massa. Ritornato in patria, all'aereoporto di Fiumicino, dichiarava "Sono tornato con il carniere pieno, ben 400 milioni di euro disponibili per i giovani disoccupati italiani" frase questa che viene attualmente studiata nel corso di letteratura surrealista alla Sorbonne di Parigi. Quattro anni dopo non si è ancora trovato nessuno che sia stato capace di tradurla e comprenderne il vero significato. Quaranta giorni dopo, approfittando della forte calura, insieme al suo ministro Fabrizio Saccomanni (il peggior ministro del Tesoro che la Repubblica Italiana abbia prodotto dal 1948 a oggi, colui che più di ogni altro suo predecessore ha dato impulso alla distruzione del sistema bancario nazionale e della spina dorsale industriale della nazione) compariva a un convegno di economia a Cortina d'Ampezzo nel corso del quale sosteneva che "ancora per il 2013 bisognerà vigilare, ma già nel 2014 saremo in piena ripresa, con una previsione di un pil a +1,8% nel prossimo anno, un +2,8% nel 2015 e nel 2016 l'Italia ritorna a essere la locomotiva economica d'Europa con la piena occupazione entro la fine del 2016". Questa affermazione è studiata invece all'università di Aix en Provence nel corso di cinema italiano, sezione "le comiche d'oltralpe". Due mesi dopo, il ministro Saccomanni varava un decreto che regalava (ripeto a scanso di equivoci: "regalava") le quote di Banca d'Italia a un pool di banche italiane (tra cui Banca Carige -fallita e corrotta- la famigerata Veneto Banca -fallita e corrotta- ) e altri 24 istituti di credito. Nessuno disse nulla, ad eccezione di un gruppo di deputati del M5s, capitanati dall'on. Alessandro di Battista, che salì sul tetto del parlamento per attirare l'attenzione mediatica su questo sconcio, seguito e appoggiato da un certo numero di colleghi urlanti e protestanti, la maggioranza dei quali oggi manifestano nostalgia per Enrico Letta, grande oppositore di Matteo Renzi.
La Storia d'Italia lo considera il peggior premier che l'Italia abbia prodotto negli ultimi 30 anni.

Questo è un paese fatto così, malatto cronico di Alzheimer sociale, altrimenti non staremmo qui co'sto caldo asfissiante a parlare di Letta, Mussolini e i suoi eredi, spacciando il fascismo per ciò che non è mai stato: un'idea della vita.
Non a caso, il disegno del teschio era l'icona centrale di ogni immagine rappresentativa del regime dell'epoca fascista, basato sulla esaltazione della morte, della distruzione, del dominio assoluto e violento sui più deboli, sintetizzato dalla frase studiata nei licei "La guerra è la salvezza delle razze forti. La guerra è alla base delle grandi civiltà. La guerra è rigeneratrice, salvifica e mostra ai popoli l'orizzonte di gloria dove si stagliano le ambizioni dei coraggiosi che vivono nell'onore, nell'azzardo, nella certezza della vittoria certa".
It's History, baby!!!

mercoledì 12 luglio 2017

La tragica assenza nel panorama politico italiano. Perché non stiamo evolvendo.



Il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, si deve dimettere: lo chiedono i piddini e i forzisti. Il sindaco di Livorno, va sostenuto: lo pretendono i pentastellati. Il sindaco di Lodi è rimasto vittima di un complotto politico della magistratura che vuole eliminare il caro leader: è la tesi dei piddini renziani, quindi prima di giudicare bisogna valutare per capire chi sta ordendo la trama. Il sindaco di Lodi, giustamente, è finito in galera perché è un mascalzone: così sostengono i pentastellati. L’assessore della regione Lombardia, Mantovani, è stato scarcerato per un vizio di forma: un grave errore tecnico da parte della procura: i pm sono stati negligenti, il suo avvocato personale, invece, è stato più bravo di loro. La Lega Nord applaude il suo ritorno all’attività pubblica e lo accoglie come il figliol prodigo difendendo lo stato di Diritto. Il M5s e il PD, loro oppositori, sostengono che è un’indecenza scandalosa. Lui  ride.
E così via dicendo.
Nel paese più opportunista e cinico d’Europa, gli esponenti politici fanno a gara a darci lezione di morale, ogni giorno, ricordandoci quanto siano mafiosi, corrotti, mascalzoni e impresentabili gli esponenti di partiti politici opposti al loro. I talk show dibattono sulle modalità tecniche nel presentare le liste affidandosi a opinioni di vario genere. Raffaele Cantone e Rosy Bindi vengono richiesti, a furor di popolo, come i certificatori etici in ultima istanza. Si tratta, invece, a mio avviso, di una autentica tragedia collettiva basata su un falso mediatico, costruito per censurare la realtà e insistere nel promuovere l’interpretazione berlusconiana dell’esistenza, basata su un’idea mercatista della politica per cui ciò che conta è il risultato, il profitto in termini elettorali, la quantità di consenso che quella persona X è in grado di ottenere.
Chiedere a Cantone la certificazione etica dei candidati è folle.
Automaticamente svilisce e annacqua il dibattito rendendolo infantile, quindi inutile per una comunità di adulti.
Ciò che in questo paese non si riesce a sdoganare e a promuovere è il concetto di opportunità politica, caposaldo psico-sociale delle società più mature ed evolute delle nostre. Oggi si pratica un’attività politica che non riguarda affatto l’applicazione del concetto di servizio pubblico, ma si nutre di annunci, slogan, visibilità, apparizione televisiva. L’opportunità politica consiste semplicemente nel calcolare quanto convenga aggredire, insultare e azzannare alla carotide il malcapitato di turno della fazione avversa. E’ un’idea del mondo infantile e regressiva, esaltata dall’emotività viscerale di facebook che alimenta il tifo e il livore.
La certificazione etica non la può dare nessuno e non si compra.   Non è in vendita. E’ come la simpatia, l’amore. O c’è o non c’è. Nasce come brand genetico e lì riceve l’imprimatur. I primi certificatori etici della nostra esistenza sono i genitori, i fratelli, le sorelle, gli zii e i nonni. Nasciamo tutti come potenziali assassini, ladri e mascalzoni. Chi ha la fortuna di crescere in una famiglia per bene composta da persone oneste, all’età di cinque anni, quando va in prima elementare, è già equipaggiato a sufficienza per saper distinguere tra onestà e disonestà, giustizia e sopruso.
E così via dicendo, mentre passano gli anni e si cresce.
“L’opportunità politica” non può essere legiferata. Non può essere consegnata con un timbro da qualcuno a qualcuno.
Si tratta di un fatto interiore che appartiene all’armonia empatica di chi sente, dentro di sé, l’equilibrio delle diverse componenti interne. E’ irrilevante il curriculum vitae dei candidati. Ciò che conta è la loro biografia esistenziale, ben altra cosa. Una persona può essere un autentico mascalzone senza aver mai commesso un reato, punibile per Legge, in tutta la sua vita. Così come una persona di stampo diverso può essere onestissima senza neppure sapere di esserlo. Glielo spiegherà la casualità del destino, quando accetterà -come norma- di partecipare a un’azione disonesta (avendo come sostegno una voce interiore che strilla tanto lo fanno tutti così va il mondo) oppure si rifiuterà di aderire a un certo principio dicendo “no, queste cose io non le faccio”.
Questo è il male oscuro, autentico cancro della nostra socialità, colonna portante della vita quotidiana italiana: la mancanza del Senso dell’opportunità politica, una modalità che non ha niente a che vedere né con la Legge, né con l’omissione o emissione di reato, né con la visibilità o con la pubblicità. E’ un fatto interiore che nasce da un atto individuale che ha sempre e comunque un impatto sociale sulla collettività.
Il problema non è la Politica ma la Società Civile.
La responsabilità dei politici sta nel fatto di essere incapaci di applicare un concetto pedagogico elementare: la promozione della pulizia interiore al posto dell’usufrutto profittevole.
In questo senso non esiste nessuna formazione politica attiva in Italia che possa permettersi il lusso di dare lezioni di morale: fanno tutti lo stesso gioco. L’unico partito, movimento, gruppo o associazione che potrebbe sostenere di essere davvero “diverso” ed evolutivo sarebbe, paradossalmente, quello che partecipa alle elezioni dichiarando che il proprio obiettivo non consiste nel vincere, bensì nel veicolare un’idea diversa di mondo, della relazionalità, dell’idea di collettività applicata al senso della comunità nel nome del servizio pubblico.
Abbiamo bisogno di questo paradosso.
La mancanza di pudore etico spinge gli attuali attori politici a praticare l’indecenza quotidiana insistendo nel perseguire la grande eredità tramandata ai posteri da Silvio Berlusconi: il mercatismo dell’esistenza.
Il cambiamento da tutti auspicato comincia da noi. Si comincia da dentro. E chi applica il concetto adulto di “opportunità politica” lo fa in maniera silenziosa e, se e quando è possibile, anche anonima. Lo si fa per sé stessi, per sentirsi persone migliori. Senza mipiace e senza il calcolo della quantità di visualizzazioni.
L’opportunità politica è il grande assente nella vita pubblica italiana.
Tutto il resto è fuffa.

lunedì 10 luglio 2017

Il nemico è tra di noi: basta guardarsi allo specchio.



“Nessun fiocco di neve, in una valanga, si sente responsabile”
                                        George Burns


Il nemico è tra di noi.
Perché c’è la guerra e su questo siamo tutti d’accordo.
Subito dopo questo assunto, potremmo essere già in disaccordo.
E’ bene cercare di capire e comprendere guerra contro chi, contro che cosa e chi sono i partecipanti alla guerra.
C’è chi pensa che si tratti di “uno scontro di civiltà”, ovvero: la guerra tra il mondo islamico da una parte e il mondo cristiano dall’altra. I più importanti rappresentanti di questa tesi sono l’estrema destra repubblicana statunitense e Vladimir Putin, il quale -dal suo punto di vista, giustamente- sostiene (e in qualche caso finanzia) Marie Le Pen in Francia e la Lega Nord oltre al suo amico Berlusconi in Italia, per pompare, gonfiare e ingigantire questa interpretazione che molto presto andrà per la maggiore. Poi c’è chi pensa che si tratti di una guerra tra sciiti e sunniti, tutta interna al mondo mussulmano, di cui noi -poveri martiri occidentali innocenti- siamo le vittime sacrificali. Questa è la tesi sostenuta da elementi di svariata natura, la maggioranza del PD, seguaci di Mario Monti, liberal analfabeti. Poi ci sono quelli che pensano che è tutta una manovra organizzata da quel perfido guerrafondaio di Obama, alleato degli ebrei sionisti, per imporre il nuovo ordine mondiale, perché gli americani, da soli, vogliono impossessarsi delle risorse del pianeta.
Da un paio di settimane ci aggiungiamo anche l’opinione della stragrande maggioranza del popolo italiano, che da esperto di canzone italiana è passato -con un triplo salto mortale carpiato- alla professione di esperto islamista, arabista, cultore di geo-politica.
Ma alla fine ciò che conta è spaventare.
Perché chi ha paura regredisce e si fida di chiunque si presenti e dica “non ti preoccupare, io ti proteggo e ti salvo”.
Si diventa un po’ come i bimbi all’asilo, quelli con il grembiule bianco e il fioccone azzurro, in fila indiana mentre vanno nel giardino della scuola, ma quando devono passare davanti alla porta della preside si prendono per mano e sentono un brivido nella schiena.
Tenersi tutti per mano aiuta a superare la paura.
Non ha molta importanza che il nemico sia la malvagia Anghela, il perfido califfo, il diabolico “negro” di Washington o lo zar macho: tutto fa brodo e sono intercambiabili. A seconda dell’uso che i profiling e i big data raccolti dalle nostre chiacchiere su facebook vomitano impietosi ogni giorno sul tavolo delle società che gestiscono le strategie della comunicazione sul web.
Ciò che conta (parliamo dell’Italia) è che il nemico sia sempre “l’Altro da sé”.possibilmente e inequivocabilmente esterno; se oltre che estraneo è anche estero meglio ancora.
Ne sanno qualcosa i nostri leader politici, nessuno escluso.
Le loro argomentazioni sono di una noia davvero deprimente e si riducono a “non ce lo fanno fare”.
Il peggio che un politico con la spina dorsale eretta possa dire ai propri seguaci: dichiarare l’impotenza del proprio gruppo.
Non ci si può sorprendere che la depressione sociale sia così diffusa.
Soltanto i bambini vivono in un mondo in cui l’azione individuale (lo splendore della creatività che esprime il potenziale umano attraverso l’autonomia e l’indipendenza), viene negata dal papà, dalla mamma, dai nonni o dalla maestra. Un adulto manifesta sempre la propria identità responsabile su due colonne portanti: l’assunzione di responsabilità in proprio e la manifestazione delle proprie idee come espressione del proprio Sé.
Quando va male, si accetta la perdita, la sconfitta, si vive e si elabora il lutto, poi ci si rimbocca le maniche e si ricomincia cambiando strategia, tattica, ambizioni, obiettivi specifici, lasciando immutati gli obiettivi generali.
Pensate al teatro degli sconquassi offerti dalla più potente opposizione numerica popolare mai registrata in Italia negli ultimi quaranta anni: tutto è finito in una confusa diatriba melmosa tra il “cattivo” Casaleggio e i “poveri” deputati. A mio avviso, quel signore non ha alcuna colpa. Tutto si sarebbe risolto in poche settimane senza neppure testimoni né un solo articolo, se a marzo del 2013, alla prima telefonata in cui venivano dettati ordini dal fantomatico staff della comunicazione, l’interlocutore eletto in parlamento, invece di eseguire ordini mettendosi sull'attenti, avesse risposto con pacioccona serenità adulta “a Gianrobè ma che cazzo stai a dì? A ripijate”. 
Va da sé che, per farlo, bisognava non essere deferenti, non essere appiattiti nella propria ottusa miopia provinciale, non essere ignoranti e arroganti.
E non sarebbe sorto alcun problema. E molto probabilmente il caro leader sarebbe rimasto a fare il sindaco benemerito a vita e qualcosa sarebbe cambiato di certo.
Come dire: bastava avere il coraggio del proprio essere adulti responsabili che rispondono prima di tutto (oltre che alla Legge) alla propria coscienza e basta.
Siamo in guerra, è vero: ma noi italiani siamo in guerra contro il più antico e ineffabile dei nemici: l’italianità becera.

Questo è il vero nemico.
E’ nel nostro specchio l’autentico califfo che decapita.

E’ molto più facile prendersela con Anghela, o con il califfo, o con Obama o con Putin o con gli israeliani o con in palestinesi o con Casaleggio, e aggiungeteci chi vi pare.
E’ molto più difficile prendersela con se stessi e con la propria inefficacia.
E’ molto più difficile andarsela a prendere, per esempio, con il presidente del proprio municipio denunciandolo alla procura per abuso d’ufficio. Certo, poi la cuginetta non verrà assunta, quella multa non verrà tolta, non verranno conteggiati certi contributi, e non partirà la telefonata alla commissione che decide il concorso al quale sta partecipando vostra moglie o vostro figlio. E così, siete partiti da casa in preda al furore civico, e quando arrivate al municipio pronti a esprimere e manifestare il vostro dissenso, lungo la strada la voce italiana che si alligna dentro di voi, quella vocetta perenne “sii realista, pensa a te” avrà preso il sopravvento, e sarete pronti a sostenere che la colpa è di Obama, di Putin, del califfo, o delle superlogge che ci stanno dietro, come è di moda dire oggi, grazie alla moda del complottismo.
Ciò che conta è avere una scusa per non assumersi mai la responsabilità di se stessi come individui, cittadini, gruppo, movimento, popolo, nazione, stato.
Il tempo delle denunce è già tramontato da un pezzo, grazie al web e alla globalizzazione. Chiunque ormai è in grado di toccare con mano che tutti i re del pianeta sono nudi: anzi, nudi in maniera oscena.
Lo schieramento fazioso e il complottismo spingono alla regressione infantile.
Perché il nemico è interno.
Ormai esiste due di tutto: questo gli adulti lo hanno capito.
Ci sono due Israele, due Palestina, due America, due Ucraina, due Russia, due Islam, due Europa, due Germania, due Africa.
Ci sono perfino due papi: e non è un caso.
Da una parte il fondamentalismo delle oligarchie suprematiste, e dall’altra la consapevolezza adulta di chi dice: no, grazie non ci sto, queste cose io non le faccio.
Il nemico è interno, sta dentro di noi.
“Fai presto a parlare, intanto il califfo sta per arrivare” dicono in molti.
Ho una notizia per voi.
Da mo’ che il califfo è arrivato.
Gli hanno addirittura steso il tappeto rosso.
Basti pensare che quello che viene considerato il più importante finanziatore dell’esercito dell’Isis, suo estremo e strenuo difensore e sostenitore, possiede almeno l’80% della costa smeralda, ha il controllo del pacchetto di maggioranza di Unicredit e di Intesa S. Paolo, è il legittimo proprietario dell’Alitalia e si appresta a prendersi l’Eni, Finmeccanica e l’Enel.
Senza neppure sparare un colpo con una pistola ad acqua.
E’ bastato fare in modo che gli italiani non se ne accorgessero, perché nessuno glielo ha detto. E quando qualcuno lo ha detto, la risposta è stata: mbè?!
Di che cosa stiamo parlando, allora?
Quindi, niente paura.
Possiamo stare tranquilli: non soltanto non accadrà nulla, ma soprattutto non cambierà nulla.
Perché nessuno vuole cambiare nulla, ma non ha il coraggio di dirselo davanti allo specchio.
L’unico terrore vero, per noi italiani, è il tricolore: quello sì che mette paura.
Perché ci ricorda che siamo un paese di bambini mai cresciuti, o, ancora peggio, di adulti corrotti, regrediti a uno stato primitivo infantile, come più vi piace.
Qui di seguito, in copia e incolla, vi propongo il testo di un intervento di un singolare personaggio che si chiama Gianfranco Carpeoro, scrittore, giornalista, avvocato, ex magistrato, in una conferenza pubblica tenuta dall’associazione “salusbellatrix” che si è svolta a Vittorio Veneto il 13 maggio del 2014. L’avevo visto su you tube (se volete lo trovate).Ieri l’ha riproposto il sito Libre.
Vale la pena di leggerlo con attenzione e di meditarci sopra.

Sostiene Gianfranco Carpeoro: L’infame complotto degli italiani contro se stessi

(http://www.libreidee.org/2015/02/carpeoro-linfame-complotto-degli-italiani-contro-se-stessi/)
L’Italia, oggi, sicuramente ha come nemico i poteri forti. Ma coloro che si dovrebbero opporre a quei poteri fanno tutt’altro. Il problema vero di questo paese non è di storia criminale, ma di storia non governata. Non è che siamo governati male: non siamo governati – il che, per certi aspetti, è peggio: forse, essere governati male è meglio che non essere governati. Certo, l’ideale sarebbe essere governati bene. Ma sapete cos’è necessario, per essere governati bene? Bisogna che, alla fine, qualcuno abbia il potere di decidere; che si sappia chi è che decide; e che il potere democratico, se le decisioni di questa persona si dimostrano sbagliate, la volta successiva lo lasci a casa. Vorremmo che la nostra vita fosse scandita da certezze, che non abbiamo: non abbiamo certezza nella giustizia e non abbiamo certezza nel nostropotere economico, perché non sappiamo chi lo governa. Non più la Banca d’Italia. La Banca Centrale Europea? Sì, ma chi la governa? Siamo sicuri che la governi quello che sembra che la governi adesso?
In questo mondo globalizzato, dovremmo chiederci: è colpa delle persone o ci sono dei dati strutturali da mettere a posto? Finché cerchiamo i colpevoli nelle persone, e poi pensiamo di averli trovati e puniti, ma dopo non succede niente, allora Gianfranco Carpeorodobbiamo porci il problema di come funzionano le nostre strutture. In generale, io penso che il sistema consumistico non funzioni. Ma in particolare in Italia c’è anche un sistema fondato sull’assoluta casualità. Perché in ogni cosa facciamo c’è lo zampino di una banca, di un prete, di un massone, di un magistrato, di un ladro, di uno che la vuole fare franca. Così, nelle leggi, ognuno aggiunge una parola, così alla fine non si capisce più niente. Nessuno capisce neppure come pagare le tasse: quand’ero giudice tributario non capivo nemmeno come farle pagare, in certi casi. Perché una famiglia monoreddito deve ricorrere al commercialista? Dovrebbero bastare quattro righe. E per quale complottismo siamo l’unico paese al mondo dove esistono i notai? Altrove, le pratiche notarili le espletano lebanche, o gli avvocati, o gli uffici comunali. Da noi invece per la semplice autenticazione di una firma bisogna andare da un notaio.
Il vero complotto, il vero potere forte, in Italia è la struttura. E noi abbiamo una struttura burocratica che ha le stesse prerogative del basso Impero Romano del 3-400 dopo Cristo, dove dovevano fare 8 pagine di pandette per giustificare un cavillo. Noi pensiamo che la democrazia rappresentativa consista nell’eleggere qualcuno, che poi fa quello che vuole. Se noi fossimo stati un popolo veramente democratico, avremmo fatto tesoro di quella bellissima frase di Giorgio Gaber, che dice “libertà è partecipazione”. I partiti fanno congressi, eleggono persone, e lo fanno in piena libertà perché sanno che, tanto, noi non ci andiamo, a controllare quello che fanno. Questi signori hanno potuto fare i congressi con gli elenchi telefonici, coi nomi dei morti. Qualcuno di voi è mai andato a un congresso del partito che ha votato? Noi non siamo democratici, perché non Giorgio Gaberpartecipiamo. Non conosciamo la nostra Costituzione, non conosciamo i nostri diritti, non studiamo l’educazione civica. E’ nostra la colpa per molte cose che non vanno, in Italia. Il primo imputato si chiama: popolo italiano.
Comunque la pensiate, non potete immaginare che questo modello democratico possa funzionare senza la vostra partecipazione, che non consiste nel fatto che ogni quattro anni si vada alle urne a mettere una croce. Questa classe dirigente è lo specchio di questo popolo. Se questo popolo non cambia, la classe dirigente non cambierà. Se avessimo una classe dirigente degna di questo nome, faremmo valere i parametri dell’economia italiana: il patrimonio artistico più grande del mondo e il patrimonio privato in termini di risparmio, beni e denaro, più grande del mondo. Non lo facciamo, perché siamo governati dalle stesse persone che guadagnano speculando sui nostri guai. E questo, per colpa nostra. Perché queste persone o ce le abbiamo mandate noi, là dove sono, con la nostra partecipazione, o ci sono potute andare perché non c’era la nostra partecipazione. Quindi, sia che abbiamo peccato di azione che di omissione, finché non ci assumiamo le nostre responsabilità non ne usciremo. E non perché la speranza te la deve dare qualcun altro. Unademocrazia rappresentativa non può vivere così, la nostra è destinata a farsi comandare da gente che viene dalle catacombe. Bisogna cambiarla, la mentalità italiana, altrimenti è giusto che l’Italia ritorni a essere quello che diceva Metternich al Congresso di Vienna, un’espressione geografica.
Cavour disse: fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani. Cavour aveva un suo piano, il problema è che è morto. E il suo piano non era quello che è stato fatto dopo. Cavour era un massone, ma anche una persona intelligente.

Il Risorgimento l’ha fatto Cavour, non Mazzini e Garibaldi, che poi l’hanno infiammato. Chi l’ha progettato e aveva le idee chiare su cosa c’era da fare dopo era Cavour. La disgrazia dell’Italia è stata che è morto. E al suo posto è andato un idiota, che si chiamava Ricasoli. Il che ha significato rovinare l’Italia – dall’inizio, da quand’è nata. E’ stata tutta una conseguenza. Ma noi avremmo potuto sovvertirla, questa conseguenza, se fossimo diventati un popolo laico, di gente che si interessa, che ha un’idea, un’ideologia, un ideale, un progetto, e va a vedere se le persone a cui sta dando la sua fiducia quel progetto lo portano avanti. Questo, gli italiani non l’hanno fatto. Io sono stato al congresso del Partito Socialdemocratico svedese quando c’era Olof Palme, che ancora oggi non si sa perché è morto. E ho visto quante persone c’erano. Non c’erano mica quelli caricati coi pullman, come ai congressi Cavouritaliani. In Inghilterra la gente va, si interessa, controlla quello che fanno, vanno persino ai consigli comunali. Al sindaco di Edimburgo, che è mio amico, vanno a rompere i marroni ogni giorno, su quello che ha deliberato il giorno prima.
Ma l’Italia dov’è stata, fino ad ora? La gente che si lamenta nei bar dov’è stata fino ad oggi? Finché gli davano la pancia piena, la possibilità di evadere il fisco e il posto da forestale in Meridione, il 90% degli italiani non ha detto un cazzo. Hanno votato chi dovevano votare e sono stati zitti. Adesso che gli manca il pane vanno nelle piazze – adesso, che non ci sono più soldi da evadere, o forestali da sistemare, o quattordicesime da riscuotere. Ma che popolo è? Ma perché non dice: ho sbagliato anch’io, fino ad oggi, e cambia? E’ facile dare la colpa agli altri, sempre agli altri, solo agli altri. E’ più difficile invece assumersi delle responsabilità, che in Italia sono nette, precise, inequivocabili. E se c’è un potere occulto fatto in quel modo, un potere massonico fatto così, la prima colpa è dei massoni. Non capiscono che, una volta che costruisci una struttura che va in una certa direzione, la dottrina può essere la più bella del mondo, ma la struttura la fa fuori. Però la colpa viene sempre dal basso: continuare a cercare la colpa in alto significa voler assolversi, non voler capire che si è sbagliato. E soprattutto, non voler cambiare.

La classe non è acqua. La vera Grande Bellezza dell’Italia che conquista il mondo grazie alla bravura dei propri esuli, esiliati, visionari.








Di una bella donna tutta italiana.
Ma è anche l’immagine della Bella Italia quando vince, conquistando l’ennesimo alloro per meriti sul campo. E ciò che più conta, soprattutto oggi, è che si aggiudica l’agognato trofeo per una imbattibile competenza tecnica, dove la pertinenza specifica si coniuga al gusto dello stile italiano, a una profonda cultura personale e a una indiscutibile quanto meticolosa conoscenza della nostra arte.
Si chiama Milena Canonero, e ieri notte, a Los Angeles, ha vinto il suo quinto Oscar, come costumista del film “Grand Hotel Budapest”.
E’ una splendida immagine che mi rende orgoglioso ma, nella commozione patriottica che nutro sempre ogni qualvolta un nostro cittadino si fa valere in giro per il mondo, c’è il sapore tragico della indelebile macchia sul tricolore che ci condanna all’irrilevanza e all’esilio.
La grandezza di Milena, nella sua professionalità, è incontestabile e indiscutibile.
Ma ce l’ha fatta perché dall’Italia se n’è andata sbattendo la porta molto giovane, non appena laureata in Storia dell’Arte in quel di Genova, città dove è cresciuta, il cui ricordo ha sempre portato nel suo cuore.
“Non c’era scampo per me in Italia. Non avevo raccomandazioni, non volevo iscrivermi ad alcun partito, provenivo da una famiglia piccolo borghese con pochi mezzi, il che vuol dire in Italia essere condannati a una frustrazione e disperazione certa”. Così raccontava, con modestia, nell’intervista rilasciata per il suo secondo Oscar (“Momenti di gloria” nel 1982) quello che le fece conquistare la stima e il rispetto di tutti. Ancora oggi, tra gli esperti di cinema, quel film è considerato (per quanto riguarda scenografia e costumi) la migliore ricostruzione e invenzione iconografica dell’Inghilterra degli anni ’20 mai vista al cinema.
Se n’era andata a Londra, a metà degli anni’60. Dopo sei mesi di lavoretti tanto per mantenersi, dalla cameriera al portiere notturno dell’Hotel Bristol a Chelsea, riesce a passare l’esame per fare un master a Pinewood, celebri studi cinematografici londinesi, negli anni in cui il cinema inglese era l’avanguardia. Erano anni particolari, stimolanti e ruggenti (stiamo parlando del 1965) e Londra era piena di artisti americani fuoriusciti, trasferiti in Inghilterra per fuggire al perbenismo maccartista statunitense che ancora imperava, soprattutto a Hollywood. Durante il master conosce Riccardo Aragno, per caso, al bar, mentre prendeva il caffè e si lamentava con la nostalgia dell’espresso. Aragno era un giornalista, commediografo, grande divulgatore culturale che era scappato via dall’Italietta democristiana catto-comunista e a Londra aveva aperto un bar, una specie di club, “artisti esuli a Londra”, molto frequentato da chi partecipava alla swinging London. Diventarono amici e una sera la portò a casa di Peter Sellers dove c’erano due americani inviperiti che avevano buttato via il passaporto e si erano trasferiti in Gran Bretagna prendendo la residenza nella campagna inglese, a Edgware: Joseph Losey e Stanley Kubrick.
Nessuno dei due ritornò in Usa.
Kubrick era un uomo molto curioso, un intellettuale che aveva sempre voglia di imparare, e rimase affascinato dalle storie che la Canonero raccontava sui pittori italiani. Divennero amici e dopo qualche mese lei accettò di arredargli la sua villa in pieno stile modernariato degli anni’30, uno stile che piaceva tanto a sua moglie.
Riccardo Aragno era un intimo amico di Stanley Kubrick, che era innamorato dell’Italia. Lo aveva preso come suo consulente personale, assistente, complice. In Italia viene poco ricordato, forse perché era fuori dai consueti giri clientelari. Kubrick aveva fatto mettere nei suoi contratti con la distribuzione internazionale (allora era la Dear Film) una clausola per cui Aragno era l’unica persona autorizzata a tradurre il suo copione e a dirigere il doppiaggio in lingua italiana.
Alla fine degli anni’60, dopo cinque anni di gavetta quotidiana, per Milena arriva la buona notizia: Kubrick le affida i costumi fantascientifici nel film “Arancia meccanica”. Cominciano a lavorare insieme e la Canonero stimola Kubrick e lo punzecchia per realizzare un grandioso film sull’Europa e sugli europei, sugli emigrati, sui disperati che cercano un posto, un luogo, una identità, ma senza politica né ideologia, “qualcosa di sospeso nel tempo, per regalare agli occhi una verità estetica dell’essenza autenticamente originale dell’essere europei”. E così, Kubrick si inventa “Barry Lindon” nel 1975 e chiama la Canonero. Gli affianca una architetta svedese, Ulla Britt Soderlund, che lo ha affascinato per una sua curiosa specializzazione: è la migliore conoscitrice dell’Arte Militare d’Europa. Poiché, nel film vuole mettere delle scene di battaglie che coinvolgono anche l’esercito svedese e danese, affida alle due donne la meticolosa creazione delle divise nel secolo XVII. Le due donne vincono l’Oscar. Quando il film viene distribuito in Italia, nel 1976, Aragno decide di attribuire il doppiaggio del protagonista a Giancarlo Giannini che, a quanto pareva, non stava nella lista dei papabili redatta dal sindacato lavoratori dello spettacolo di Cinecittà. L’attore viene protestato. Aragno invia una lettera in Italia lunga mezzo rigo: “Voglio Giannini perché è il migliore: o lui o niente film”. Saranno costretti ad accettarlo, con un costo complessivo (per il doppiaggio) aumentato di circa il 300% per via dei continui scioperi della categoria che evidentemente considerava pericolosissima l’idea che venissero attribuite mansioni per merito e non per appartenenza.
Milena Canonero è oggi la nostra bandiera perché ha scelto di scappare via da tutto ciò, da questa italia minuscola e misera.
Con il suo successo ci ricorda e ci regala l’imbattibile qualità dei nostri artisti e dei nostri professionisti e la condanna all’esilio che questo sistema partitico seguita a imporre a chiunque abbia voglia di imprendere, intraprendere, esprimersi, manifestarsi nella propria creatività.
Intervistata nel 2010, quando le chiesero perché dopo 40 anni non ritornava in Italia a fare dei film, con la sua consueta leggerezza, ha risposto: “A fare che? Non ho ancora voglia di ritirarmi, in Italia sarei disoccupata”.
Proprio perché rappresenta la Bella Italia, Milena Canonero non è il simbolo della nazione.
Ma è la bandiera e il simbolo del Paese, ben altra cosa.
Vivissimi complimenti per questa splendida ennesima vittoria.
Ci riempie di sgomento e di paradossale nostalgia per tutto ciò che potrebbe essere, da noi, se lo volessimo ma che non è perché, infine, non lo vuole nessuno.
Vai Milena! L’Italia ti ringrazia.

L’Italia è diventata il punto centrale del PUE, il Pensiero Unico Europeo. Ma non vi eccitate troppo: è pieno zeppo di aspiranti antagonisti, pacifinti, oppositori da tastiera, compiacenti funzionari a loro totale insaputa. A questo serve l’ignoranza.


“Sono nato e cresciuto in un ghetto, ma il ghetto non è mai nato nè cresciuto nel mio cuore”
Reverendo Martin Luther King, Memphis 1960


Due ore dopo che la lista Syriza aveva vinto le elezioni in Grecia, un mese fa, sul web già comparivano i primi articoli di aspiranti statisti che ci spiegavano come, in realtà, si trattasse di una truffa.  Record di velocità mediatica, in Europa.
Il massimo esempio di unità nazionale trasversale e, come si abusa dire oggi, post-ideologico. Estrema destra ed estrema sinistra unite, abbracciate nel definire Alexis Tsipras un servo di Draghi, un pupazzo nelle mani dei tedeschi, la carta jolly dei grandi colossi della finanza mondiale.
Neanche ai tempi di Mario Monti si era verificato un fronte così vasto. Un fronte che si va allargando, inglobando quasi tutti i partiti e la maggior parte dei movimenti da tastiera che, spesso, costituiscono il braccio armato (a loro insaputa, si intende) del sistema operativo mediatico di chi controlla il potere della comunicazione di massa in Europa.
I manipolatori e i manipolati, manipolatori a loro volta.
Nella solitudine chiassosa della loro passività davanti al computer, non hanno alcun dubbio, non si pongono e, soprattutto, non pongono domande ma in compenso forniscono risposte immediate. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone che nella loro vita non hanno mai partecipato neppure una volta a una riunione di redazione e non conoscono neppure gli elementi di base della grammatica e della sintassi operativa del giornalismo professionale.
Eppure, tutti questi sapientoni hanno invaso il web, e poi hanno contagiato la carta stampata e infine le tivvù. Chi da destra, chi da sinistra, chi dal centro, chi della maggioranza, chi della minoranza, chi al governo, chi all’opposizione, si sono gettati sulle spoglie del popolo greco per scatenare la propria insipienza.
Viene spiegato al popolo bue (cioè a noi) che Varoufakis ha chiuso un contratto con una specifica banca che lui rappresenta e quindi sta lì per interesse privato. 
La stessa cosa viene raccontata in tre articoli diversi ma la banca indicata non è mai la stessa. Si leggono ritratti che stanno trasformando un rispettato e molto apprezzato economista in una specie di bandito internazionale che sta lì al fine di mettere le mani su qualche milionata di euro per distruggere il suo popolo.
Dal punto di vista sociologico è un evento davvero interessante.
Come mai questa totale unità di posizioni?
A mio avviso, la risposta è molto semplice: si sono fatti tutti la stessa identica domanda, frutto di una malintesa, nonché malsana e diabolica interpretazione dell’attività politica: “Interessa alla mia fazione, al mio partito, al mio gruppo, al mio movimento, che si apra un dibattito argomentato sull’attività negoziale di Tsipras e Varoufakis?”.
La risposta è stata unanime: “No” con l’aggiunta di una probabile postilla condivisa soltanto tra i dirigenti (mi sembra proprio di vederli) “Sono anche pericolosi perché dimostrano come, anche in una situazione di enorme complessità, con intelligenza e competenza, sia possibile aprire un tavolo di concertazione, sia possibile aprire una trattativa, sia possibile costruire una opposizione reale, e quindi se la gente capisce che è possibile, verranno poi a chiederlo anche a noi”. Non so se hanno avuto il coraggio di dirsi questo con la franchezza e la trasparente sincerità con la quale io me lo sono immaginato, è probabile.
Ieri sera, un’ora dopo la comunicazione di un accordo (potenziale) raggiunto tra le parti, già erano presenti le cannonate, le denunce, gli “smascheramenti”. Nessuno ha pensato di andare a controllare i dati.
Se Tsipras e Varoufakis (che secondo me hanno ottenuto per il loro popolo il massimo risultato possibile in questa tragica situazione reale oggettiva) avessero potuto contare sull’appoggio di qualche entità politica forte italiana e/o francese, le cose sarebbero andate in maniera molto ma molto diversa. Penso che siano stati lasciati intenzionalmente da soli.
Hanno pagato il prezzo del provincialismo gretto che pensa alle proprie liste elettorali e non vuole né dibattiti, né guai.
La parola d’ordine è: parlare soltanto ai propri tifosi più acritici e impostare il discorso soltanto sull’appartenenza, mai sulla sostanza.
E così, tutti quanti, grazie ai manipolatori e ai manipolati -senza saperlo- costruiscono collettivamente l’immaginario che serve alla propria fazione, anche quando è minima.
Ma c’è anche chi, invece, sta cercando di argomentare la questione greca, raccontando le diverse voci con i giusti distinguo in riferimento alla loro provenienza, voglio ricordare il quotidiano il Manifesto, Lucio Gallino, ho letto anche dichiarazioni di Maurizio Landini e quello che ha scritto il mio amico Angelo Consoli e suo fratello Renzo, giornalista a Bruxelles. Godiamo del solido appoggio dei premi Nobel Paul Krugman e Joseph Stiglitz, dell’esimio economista Thomas Piketty, dell’economista Sapir, dei filosofi e sociologi Richard Bennett, Edgard Morin, Zygmant Bauman e Jeremy Rifkin, del premio Nobel per la letteratura Patrick Modiano, e di tutti coloro che pensano con la propria testa e dinanzi ad eventi complessi di cui non hanno dati, né informazioni, e neanche ne conoscono la struttura, la tessitura, i fatti e le circostanze, si avvalgono della facoltà del dubbio e umanamente offrono la propria opinione legittima sostenendo uno stimabile “non so, vediamo che cosa succede”.
Tutti gli altri sapientoni hanno imboccato la strada della verità assoluta e, ingabbiati nei loro piccoli ghetti, ignorano che i loro stessi oppositori, i loro stessi antagonisti, stanno dicendo nella gabbia accanto, le stesse identiche cose.
A conclusione, vi propongo un articolo da considerare come un buono stimolo per una attenta riflessione.
E’ apparso su wired, ecco il link:
http://www.wired.it/attualita/media/2015/02/17/realta-supera-black-mirror-inizia-lera-guerra-non-lineare/?fb_ref=Default
Buona giornata a tutti: pensate con la vostra testa e se non l’avete state zitti.

La dis-informazione ormai dilaga. E’ ufficiale.

“Che le cose siano così, che stiano così, non vuol dire affatto che debbano andare così. Solo che, quando c’è da rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare”.
                                                                      Giovanni Falcone. Palermo 1988.

Non è certo una novità e non stupisce affatto che la notizia bomba di questo mese di febbraio 2015 sia passata inosservata e sotto silenzio. 
Se avesse avuto una grande eco, infatti, e fosse stata diffusa in maniera virale, per autentico paradosso dei nostri tempi inquieti, l’evento avrebbe annullato matematicamente la notizia rovesciandola nel suo opposto.
Così non è stato.
Quindi, dal punto di vista dell’informazione, niente di nuovo.
Mi riferisco qui alla scelta ufficiale (comunicata in una conferenza stampa in data 12 Febbraio 2015, riproposta in data 22 Febbraio e caduta, in Italia, nel vuoto assoluto) che l’associazione internazionale di professionisti dell’informazione, denominata “Reporters sans frontières” ha decretato grazie ai suoi 4.276 votanti. Tra questi, una rappresentanza delle più importanti culture, etnie, e gruppi sociali di riferimento. Occidentali e orientali, bianchi e neri, cristiani, ebrei, mussulmani, scintoisti e atei, maschi e femmine, giovani alle prime armi e anziani con una lunga operatività di servizio.
Costoro, hanno confermato la Corea del Nord come il peggiore stato tra i 182 presi in esame, e la Repubblica Italiana “il paese in cui, nel 2014, più che in ogni altro in assoluto si è verificato un arretramento generale e collettivo, con una regressione costante e un’attività permanente di disinformazione attiva, facendo retrocedere la nazione di 24 posti nella classifica annuale”.
L’Italia, quindi, è stata identificata come il paese peggiore al mondo come progresso nel campo dell’informazione e della salvaguardia dei diritti civili, “con un trend attivo di peggioramento costante”.
Siamo finiti collocati tra la Repubblica Centroafricana e lo Zimbabwe.
Le reazioni, in Italia, sono state timide e tiepide.
Sul web (in lingua italiana) quasi niente. 
Tra le chiacchiere di facebook, ancora meno.
Alla tivvù non c’è stato nessun direttore di testata giornalistica che ha ritenuto opportuno dedicare all’argomento un talk show, una intervista ai votanti, un servizio, un editoriale.
Un contributo, davvero imbarazzato, è stato fornito da Alberto Statera, sul quotidiano la Repubblica, in data 23 Febbraio 2015, a commento di un lungo servizio apparso sulla rivista settimanale statunitense Newsweek, nel quale si sostiene che l’Italia sta vivendo “la stagione più violenta e di più ampia diffusione e permeazione della mafia e della criminalità organizzata dal 1990”.
Non c’è molto da scegliere, quindi, perchè di materiale c’è n’è davvero pochissimo.
Tra questi, propongo all’attenzione dei miei lettori, il servizio di Giulio Cavalli, pubblicato sul suo blog personale. Attore, scrittore, teatrante, attivista politico nella lotta contro tutte le mafie, che attualmente vive sotto scorta dei carabinieri, ci ha regalato un bel pezzo informativo raccogliendo le poche voci che si sono espresse al riguardo.
Ci eravamo accorti che ci fosse stato un tragico peggioramento nella qualità dell’informazione (soprattutto sul web), con uno sdoganamento totale del gossip puro, del complottismo con finalità scandalistiche, della dietrologia priva di sostanza giornalistica, e una spaventosa proliferazione di non-notizie il cui unico fine consiste nell’aggiudicarsi click elettronici a fini pubblicitari e/o narcisistici, oppure svolgere attività propagandistica di tipo elettorale pilotando notizie con l’unico obiettivo di favorire il proprio partito, gruppo, associazione, movimento di appartenenza, senza avere mai come fine quello di fornire un servizio a disposizione della cittadinanza e diffondere informazioni relative a eventi dell’esistenza che non comportino l’adesione a una fazione oppure a un’altra.
Da aggiungere il fatto che i dati relativi al nostro paese sono stati, invece, commentati e dibattuti a lungo in altri paesi europei, (parlo qui di quelli a noi affini, alleati e complici, come la Spagna, il Portogallo, la Francia, ecc.) il che ci fa comprendere alcune delle ragioni sostanziali che hanno spinto le altre nazioni del mondo a considerarci inattendibili, inaffidabili, irrilevanti.
E’ ciò che stiamo diventando, con la complicità di tutti noi.

Il solito, grazie: indignati e disinformati

mappamondo
http://www.giuliocavalli.net/
Poche righe sui giornali per segnalare la classifica di RSF. Molti commenti indignati, grande silenzio sull’origine dei dati
Molti giornali hanno mostrato sorpresa per il fatto che il 12 febbraio scorso Reporters sans Frontières abbia retrocesso l’Italia di 24 posti in un anno, collocandola al 73.mo posto su 180 paesi classificati in base alla libertà di stampa.
La notizia è stata liquidata sui giornali italiani con notizie di poche righe, come un fatto inspiegabile e curioso. Nei giorni successivi alcuni hanno commentato il fatto con toni più o meno indignati. Solo qualcuno ha letto per intero il comunicato di Reporter Sans Frontières e ha cercato di spiegare il perché, di fare notare che quest’anno, per la prima volta RSF ha basato il suo giudizio su un monitoraggio più puntuale e preciso dei fatti che accadono in Italia nel modo dell’informazione: per la prima volta si è basato sul monitoraggio di Ossigeno per l’Informazione, che da anni rivela un preoccupante aumento delle querele pretestuose e intimidatorie, in particolare di quelle promosse dai politici.
Sabato 15 febbraio il vicedirettore del Corriere della sera, Pierluigi Battista, senza prendere in considerazione i dati citati,  ha riservato alla classifica di RSF un commento sarcastico che si conclude con la frase: “Non credeteci”. A Battista hanno replicato il giornalista Mimmo Candito,a nome di Reporters Sans Frontières Italia, e l’avv. Caterina Malavenda, uno dei massimi esperti di diritto dell’informazione.
Mimmo Candito ha sottolineato in un articolo che RSF descrive una difficoltà reale dell’informazione italiana difficilmente contestabile, essendo basata sui fatti narrati da Ossigeno per l’Informazione, che sono stati attentamente verificati.
Caterina Malavenda ha scritto che “quale che sia l’opinione sulla attendibilità della graduatoria”, lo scivolone dell’Italia “non è comunque una bella notizia” e fa però, ancora meno piacere sapere che tale regressione viene attribuita in parte alle minacce nei confronti dei giornalisti, provenienti il più delle volte dalla criminalità organizzata e seguite spesso da aggressioni fisiche o da incendi dolosi; ed in parte al numero elevato di processi per diffamazione ingiustificati, che possono dissuadere dal diffondere notizie vere, ma scomode, anche senza il ricorso ad amputazioni o censure. “Eppure, basterebbe intervenire sulle norme che oggi non prevedono alcuna reale conseguenza per chi, senza averne motivo, fa causa – il che spiega anche il proliferare di iniziative infondate nei confronti dei giornalisti a mero scopo dissuasivo”.
Di analogo tenore il commento di Alberto Statera (la Repubblica, 23 febbraio 2015) che ha opposto a Battista proprio i dati citati da RSF, sia pure senza dire che i dati sono di Ossigeno.
Più obiettivi e documentati sono stati il commento di Roberto Ciccarelli “Quando il carcere è perfino meglio delle super multe” sul Manifesto del 13 febbraio 2015 e diNewsweek.com, 12 febbraio 2015: Italian Mafia Intimidating Journalists With Worst Levels of Violence Since 90s