domenica 12 febbraio 2017

La favola degli "sbornia bonds" raccontata al popolo sovrano.







di Sergio di Cori Modigliani



Cinque anni fa circa, nel pieno della crisi finanziaria, in Germania un gruppetto di simpatici bloggers inventarono la favola degli sbornia bonds, sottotitolo. "come spiegare al popolo che  cosa sta accadendo". 
Da allora, sono trascorsi circa 60 mesi.
Lì eravamo.
Lì ancora siamo.

  


LA CRISI SPIEGATA IN MODO SEMPLICE...
Helga è la proprietaria di un bar, di quelli dove si beve forte. Rendendosi conto che quasi tutti i suoi clienti sono disoccupati e che quindi dovranno ridurre le consumazioni e frequentazioni, escogita un geniale piano di marketing, consentendo loro di bere subito e pagare in seguito. Segna quindi le bevute su un libro che diventa il libro dei crediti (cioè dei debiti dei clienti). La formula “bevi ora, paga dopo” è un successone: la voce si sparge, gli affari aumentano e il bar di Helga diventa il più importante della città.
Lei ogni tanto rialza i prezzi delle bevande e naturalmente nessuno protesta, visto che nessuno paga: è un rialzo virtuale. Così il volume delle vendite aumenta ancora. La banca di Helga, rassicurata dal giro d’affari, le aumenta il fido. In fondo, dicono i risk manager, il fido è garantito da tutti i crediti che il bar vanta verso i clienti: il collaterale a garanzia. Intanto l’Ufficio Investimenti & Alchimie Finanziarie della banca ha una pensata geniale. Prendono i crediti del bar di Helga e li usano come garanzia per emettere un’obbligazione nuova fiammante e collocarla sui mercati internazionali: gli Sbornia Bond.
I bond ottengono subito un rating di AA+ come quello della banca che li emette, e gli investitori non si accorgono che i titoli sono di fatto garantiti da debiti di ubriaconi disoccupati. Così, dato che rendono bene, tutti li comprano. Conseguentemente il prezzo sale, quindi arrivano anche i gestori dei Fondi pensione a comprare, attirati dall’irresistibile combinazione di un bond con alto rating, che rende tanto e il cui prezzo sale sempre. E i portafogli, in giro per il mondo, si riempiono di Sbornia Bond.
Un giorno però, alla banca di Helga arriva un nuovo direttore che, visto che in giro c’è aria di crisi, tanto per non rischiare le riduce il fido e le chiede di rientrare per la parte in eccesso al nuovo limite. A questo punto Helga, per trovare i soldi, comincia a chiedere ai clienti di pagare i loro debiti. Il che è ovviamente impossibile essendo loro dei disoccupati che si sono anche bevuti tutti i risparmi.
Helga non è quindi in grado di ripagare il fido e la banca le taglia i fondi. Il bar fallisce e tutti gli impiegati si trovano per strada. Il prezzo degli Sbornia Bond crolla del 90%. La banca che li ha emessi entra in crisi di liquidità e congela immediatamente l’attività: niente più prestiti alle aziende. L’attività economica locale si paralizza. Intanto i fornitori di Helga, che in virtù del suo successo, le avevano fornito gli alcolici con grandi dilazioni di pagamento, si ritrovano ora pieni di crediti inesigibili visto che lei non può più pagare.
Purtroppo avevano anche investito negli Sbornia Bond, sui quali ora perdono il 90%.
Il fornitore di birra inizia prima a licenziare e poi fallisce.
Il fornitore di vino viene invece acquisito da un’azienda concorrente che chiude subito lo stabilimento locale, manda a casa gli impiegati e delocalizza a 6.000 chilometri di distanza.
Per fortuna la banca viene invece salvata da un mega prestito governativo senza richiesta di garanzie e a tasso zero. Per reperire i fondi necessari il governo ha semplicemente tassato tutti quelli che non erano mai stati al bar di Helga perché astemi o troppo impegnati a lavorare.
Bene, ora potete dilettarvi ad applicare la dinamica degli Sbornia Bond alle cronache di questi giorni, giusto per aver chiaro chi è ubriaco e chi sobrio.




 

mercoledì 8 febbraio 2017

Il "filosofo della diversità" se ne è andato per sempre.








"Dobbiamo evitare di diventare anche noi dei 'barbari', di diventare torturatori come quelli che ci odiano. Il multiculturalismo è lo stato naturale di tutte le culture. La xenofobia, le pulsioni sull'identità tradizionale non sono destinate a durare. Una cultura che non cambia è una cultura morta".

                                                               Tzvetan Todorov, 1 marzo 1939, 7 febbraio 2017.


di Sergio Di Cori Modigliani 

Ieri si è spento a Parigi il filosofo bulgaro Czetan Todorov, raffinato studioso di antropologia culturale, semiologo, erede ufficiale del celebre Roland Barthes di cui fu assistente per diversi anni.
Il suo interesse si è focalizzato intorno allo studio e all'analisi della logica dello sterminio nella mente degli umani, dedicando diversi lavori sia al nazismo che allo stalinismo, eventi che lui non visse sulla sua pelle essendo nato a Sofia nel 1939. Quando Stalin morì lui aveva appena 14 anni. 
Finito il liceo si laurea in filosofia e vince una borsa di studio che lo porta a Parigi, dove incontra Jean Paul Sartre e Roland Barthes, i quali rimangono affascinati dalla fresca genialità del giovane bulgaro e praticamente lo adottano facendogli avere la nazionalità francese. A metà degli anni '60 viene invitato a tenere un ciclo di lezioni nella prestigiosa università di Yale, in Usa. Nel corso di questa esperienza, attraversando un oceano di polemiche, diatribe e furiosi scontri con diversi intellettuali statunitensi, elabora la struttura di base del suo più celebre testo di antropologia, un approfondito studio del genocidio degli indiani d'America da parte degli invasori europei. In Italia è stato pubblicato dall'editore Einaudi qualche anno fa, con il titolo "La conquista dell'America". Sottotitolo, comprendere, prendere, distruggere: le ragioni dell'Altro.
Quando a metà degli anni'60 si trovava in Usa, durante una delle sue lezioni che di solito duravano diverse ore, fino a notte inoltrata, conobbe Ralph Nelson, un regista televisivo americano che era incuriosito dalla fama di questo giovanissimo filosofo franco/bulgaro. Il celebre scrittore Bernard Malamud, infatti, aveva pubblicato sulla rivista The New Yorker un articolo su questo curioso personaggio, le cui lezioni all'università, invece di durare un'ora e mezza come per tutti gli altri professori, arrivavano anche a toccare punte di sette, otto, dieci ore. Dopo la didattica si apriva un dibattito con gli studenti che immancabilmente finiva per coinvolgere la platea sui temi attuali dell'epoca, soprattutto la guerra del Vietnam, la struttura dell'imperialismo e l'invasione dell'Africa da parte delle multinazionali europee, desiderose di impossessarsi delle risorse energetiche africane. Ma la discussione non era soltanto ideologica, Todorov era un semiologo e uno studioso dei significati del linguaggio e delle possibilità di comunicazione personale tra individui appartenenti a culture diverse e molto lontane tra loro, quindi a lui interessava l'aspetto psicologico dei giovani americani, bianchi e benestanti, che si confrontavano con la mentalità dei contadini vietnamiti poveri. 

L'incontro con Ralph Nelson appartiene alla storia del cinema mondiale.

Non soltanto a quella della cultura alta.
Il cineasta americano, infatti, rimase entusiasta delle lezioni di Todorov, e ci andava tutte le sere portandosi appresso diverse sue conoscenze, da Kirk Douglas a Norman Mailer, da Henry Miller a Andy Warhol. Ben presto, le lezioni di Todorov divennero dei veri e propri happening sulla cultura pop degli anni'60. Ralph Nelson era diventato celebre per aver diretto diversi telefilm di fantascienza di una serie allora famosissima the twilight zone (venduta anche in Italia e andata in onda sulla Rai con il titolo "ai confini della realtà", la trasmettevano al pomeriggio alle ore 18.15). Era figlio di uno studioso di semiotica norvegese, professore all'università di Oslo, il quale era fuggito via dall'Europa durante l'invasione nazista emigrando negli Usa, dove aveva avuto dei gravi problemi di integrazione, in quanto proveniva da una cultura troppo diversa da quella statunitense. Ralph Nelson, inoltre, aveva vissuto l'esperienza bellica, partecipando alla seconda guerra mondiale, dove aveva vissuto scioccanti esperienze al fronte che lo avevano spinto verso una furiosa militanza pacifista. 

L'incontro tra i due fu molto nutriente per l'americano, il quale, di lì a breve, ispirato da Todorov (come lo stesso Nelson spiegò alla stampa) diresse il primo film western della storia del cinema che affrontava il rapporto tra gli indiani e gli statunitensi visti dal punto di vista dei nativi, sterminati dagli invasori europei. Il film, che il regista pensava sarebbe stato un prodotto semi-intellettuale di nicchia, divenne invece il più acclamato e famoso film del 1969, diventando in pochi mesi in tutto il mondo un enorme successo e un film culto. Si chiamava "Blu soldier" (soldato blu) e raccontava il massacro di una tribù di pacifici agricoltori indiani da parte dell'esercito confederato nel 1864, verificatosi a Sand Creek. Il film lanciò a Hollywood una nuova stagione che da quel momento in poi cambiò radicalmente la percezione riguardo gli indiani d'America.

Un film che oggi può essere ricordato soltanto dai lettori che hanno almeno 60 anni.

La protagonista, l'esordiente Candice Bergen, diventò una stella e una diva.

Da allora sono trascorsi 48 anni.

Tempi molto diversi, quando l'America culturalmente rappresentava per davvero un fondamentale punto di riferimento per l'allargamento della consapevolezza collettiva riguardo ai temi predominanti nel rapporto tra diversi, con una lettura dello scontro/incontro tra profughi, emigrati e nativi che firmò una grandiosa stagione di apertura, di intelligenza collettiva, e di autentica passione civile integrativa.

In memoriam

lunedì 6 febbraio 2017

Le ragioni per cui crolla la borsa italiana e lo spread ritorna ai livelli del 2013: è stato per un ordine di Donald Trump.






di Sergio Di Cori Modigliani

In quanto italiano, sono sempre interessato a tutti coloro che, per un motivo o per l'altro, sono in grado di fornire un solido contributo reale al miglioramento del paese che amo. E' quindi per me totalmente incomprensibile il motivo e la ragione politica che sostiene l'attuale entusiastico appoggio nazionale a Donald Trump, avversario dichiarato della Ue, e soprattutto della Germania, della Francia e dell' Italia, i suoi tre principali nemici in occidente. Dichiarato ufficialmente.
Quali siano le ragioni che hanno spinto i tre più importanti partiti dell'opposizione, M5s/Lega Nord/Forza Italia, a esultare per la sua elezione, con l'inquietante aggiunta di applausi d'appoggio da parte di tutti i soggetti attivi sul web che si auto-definiscono antagonisti, è un mistero italiano sul quale un giorno scriveranno dei libri. Gli autori non saranno economisti, sociologi o politologi. Saranno esperti nelle neuroscienze, psicologi comportamentali, psichiatri, che rubricheranno l'evento sotto un appropriato neologismo, del tipo "il complesso del pugnalato contento di esserlo"
La settimana scorsa, il management del nuovo governo americano, composto, come è noto, per lo più da banchieri, finanzieri, operatori di borsa, presieduto dalla vecchia guardia di Goldman Sachs, è andato formalmente contro l'Europa sostenendo che Mario Draghi il 6 Febbraio 2017 avrebbe dovuto dare inizio "a una formale rivalutazione dell'euro, essendo inaccettabile l'attuale posizione della Bce". Il presidente della Banca Centrale Europea, chiamato in causa, ha replicato con l'unica frase accettabile: "mi dispiace per il signor Trump, ma le decisioni relative alla politica finanziaria ed economica europea non vengono decise e stabilite a Washington, bensì a Francoforte, Bruxelles e Strasburgo". E così, sabato scorso, alle 9 del mattino, il governo americano ha reso pubblica la decisione del neo-presidente statunitense in materia di regolamentazione finanziaria. Ha annunciato di aver dato ordini di iniziare "lo smantellamento definitivo della legge Dodd-Frank voluta dalla precedente amministrazione". Tradotto in termini semplici e comprensibili, significa che da questa mattina -da parte americana- sono stati tolti tutti i lacci, lacciuoli e controlli sui finanziamenti speculativi dei derivati che hanno origine negli Usa, liberando i movimenti globali della finanza che non potrà più essere sottoposta a nessuna forma di controllo. Era chiaro, quindi, che i primi a finire nell'occhio del mirino sarebbero state (tra le importanti economie della Ue) la Francia, la Spagna e l'Italia, con particolare accanimento nei confronti della nostra nazione, data la riconosciuta debolezza delle nostre istituzioni e della nostra economia. 
E così la borsa di Milano risulta la peggiore d'Europa, e il nostro spread raggiunge il massimo negativo negli ultimi quattro anni. Tradotto vuol dire che ci saranno meno soldi per tutti noi, nel senso di noi italiani. 
"Thank you Donald, per questa bella pensata, a nome di tutti gli italiani". 

Qui di seguito, in copia e incolla, propongo alla vostra attenzione un articolo scritto da Marco Valsania, giornalista professionista di lunga data e affermato esperto di questioni economico-finanziarie, il quale su IlSole24ore, ha pubblicato due giorni fa un articolo spiegando che cosa stava accadendo.






Trump blocca la riforma della finanza
Il Sole 24 Ore, sabato 4 febbraio 2017

La grande controriforma di Donald Trump arriva a Wall Street.
La legge Dodd-Frank, varata dell’amministrazione di Barack Obama per scongiurare nuovo collassi provocati dagli abusi della finanza, ha i giorni contati. Donald Trump questa volta ha firmato ordini e memorandum per dare il via alla demolizione anzichè la costruzione di un «muro», quello delle regole per le banche. «Oggi firmiamo i principi chiave per la regulation del sistema finanziario: taglieremo molto della Dodd-Frank», ha annunciato dallo Studio Ovale apponendo il proprio nome in calce ai documenti.
I “principi quadro” – ai quali seguiranno altre azioni presidenziali e del Congresso a maggioranza repubblicana, dove sta nascendo la nuova legge Choice Act – prescrivono al Dipartimento del Tesoro e alle authority una revisione della riforma del 2010 che a quanto emerso ha molteplici obiettivi. Ridimensionare il Financial Stability Oversight Council, il consiglio presieduto dalla Federal Reserve che imbriglia società bancarie e non bancarie di importanza sistemica. Eliminare misure complesse come i “living will”, i testamenti biologici degli istituti perché liquidino attività in caso di crack senza ricorrere al contribuente. E, forse, sbarazzarsi della Volcker Rule, che preclude la speculazione con capitali propri. La ragione? La finanza americana sarebbe ormai sicura e curata dagli scandali, chi teme ricadute sbaglia e il problema e’ invece competere a briglia più sciolta sui mercati globali.
Un separato memorandum chiede al Dipartimento del Lavoro, che dovrebbe essere guidato dal magnate dei fast food Andrew Puzder, di muoversi per annullare la «fiduciary rule», che non è parte della Dodd Frank ma da aprile obbligherebbe broker e consulenti nel settore da tremila miliardi del risparmio pensionistico ad agire nel rigido rispetto del «miglior interesse» del cliente. L’argomentazione? Limiterebbe troppo, con le commissioni, la scelta dei consumatori. Trump intende anche accelerare la riorganizzazione dei colossi dei mutui Fannie Mae e Freddie Mac, dopo la crisi controllate dal governo, mentre per l’Ufficio di protezione finanziaria dei consumatori, che di recente ha denunciato il caso della truffa a Wells Fargo, ci sarà un «riorientamento». Una decisione sul potere del Presidente di rimuovere il responsabile dell’organismo è però pendente in tribunale.
L’intero disegno di controriforma finanziaria ha un artefice ed è uno dei più stretti e potenti collaboratori di Trump: Gary Cohn, ex direttore generale di Goldman Sachs adesso capo-consigliere economico della Casa Bianca. Ne ha rivendicato la paternità prima della stessa firma, alla quale era presente, dalle colonne del Wall Street Journal e dagli schermi tv di Fox. I provvedimenti della Casa Bianca sono arrivati anche nel giorno del primo incontro di Trump con il suo Forum di chief executive, tra i quali spicca l’ad di JP Morgan Jamie Dimon, esplicito critico della Dodd Frank. Cohn ha precisato che le decisioni prese «non hanno nulla a che vedere» con singole banche bensì con «l’essere protagonisti globali, avere una posizione dominante se non ci danneggiamo da soli con le normative». Gli istituti americani, ha suggerito, sono fin troppo capitalizzati, rendendo controproducenti numerose regolamentazioni. Ha anche ribadito che queste impediscono adeguati prestiti all’economia reale: «Gli americani avranno migliori scelte e prodotti perché le banche non saranno appesantite da centinaia di miliardi di dollari di regole ogni anno».
Cohn ha assicurato gli scettici che siamo davanti a «un ritorno al passato», semplicemente alla constatazione che «abbiamo le banche migliori e più capitalizzate al mondo come le più appesantite da regolamentazioni». Il mercato, ha aggiunto, è cambiato e non consente più i vecchi abusi. A distanza gli ha però riposto il governatore della Fed di Chicago, Charles Evans. «Non v’è dubbio che le regole siano un peso e che sia aumentato. Ma se mi piace pensare che tutti siano cittadini esemplari, esistono anche molte attività nefaste».

Marco Valsania


sabato 4 febbraio 2017

Io sto con Carlo Conti, massima solidarietà: perché.....





di Sergio Di Cori Modigliani


Premetto che non ho mai seguito la kermesse canterina di Sanremo perché non appartiene al mio gusto, mi annoia e non rientra nei miei interessi sociali e antropologici. Ci tengo ad aggiungere che conosco poco Carlo Conti come professionista televisivo e, quando mi è capitato di vederlo in televisione, mi è stato anche cordialmente antipatico. Mi sta antipatico anche il calciatore Higuain, per non parlare di Diego Armando Maradona. Pablo Picasso, poi, l'ho sempre trovato davvero odioso e odiabile. Per non parlare di Umberto Eco, il re degli antipatici, del poderoso Robert De Niro e del premio Nobel per la letteratura Bob Dylan. Classifica guidata dallo stilista Giorgio Armani e dall'architetto Renzo Piano.
Francamente, ciascuno di questi, nella trasmissione della loro qualità umana sono, a mio avviso -per motivi diversi- impresentabili.

Ma, nella loro specificità professionale, hanno tutti in comune il fatto di essere davvero imbattibili. Soprattutto (ed è ciò che conta) bravissimi.  Ad alcuni di loro vengono perdonati insopportabili capricci e vizi da diva, rubricati sotto la banale dizione vita da artisti

Sono o sono stati leader, nel loro genere unici, praticamente senza rivali.
E come tali, cioè come numero uno, meritano rispetto. Come l'immenso Usain Bolt che non appartiene a quella classifica perche è un uomo simpaticissimo e piacevole ma lo volevo comunque inserire tra i numero uno.

Martedì prossimo si apre a Sanremo il festival ed è già partita la consueta ondata del nuovo trend al ribasso nel mondo della post-verità, dimensione dell'esistenza quotidiana dove il valore, la competenza e la specificità del merito, sono stati sostituiti dalla rabbia, dal livore, dall'invidia, dall'odio: gli ingredienti che alimentano i cavalieri del post-truth world.
E' partito l'attacco contro Carlo Conti, contro la Rai, contro il Governo (mi meraviglia che non sia stato chiamato in causa anche il finanziere Soros, che qualcuno vede "dietro" a qualsiasi fenomeno e avvenimento, ma non è detto, ci arriveremo ) gonfiando un'onda di odio e disprezzo nei riguardi del professionista, sostenendo che il suo cachet è eccessivo e immorale.
Carlo Conti fa il suo lavoro e lo fa bene. Alla gente piace e fa vendere spazi pubblicitari, garantendo quindi ai suoi datori di lavoro che la sua assunzione è stata un buon investimento. Se lui viene pagato 650 ma fa incassare 823, funziona: questa è la norma nel mondo del lavoro. O, meglio, questa dovrebbe essere la norma nel mondo del lavoro.
Ci tengo quindi a manifestare pubblicamente la mia solidarietà nei confronti di un professionista che ha tutto il diritto di farsi pagare qualunque cifra lui voglia, in cambio del guadagno che garantisce.
Penso che questa sia una buona occasione per condurre una battaglia discriminante nel mondo attuale della post-verità, prendendo le distanze dall'odio strategico il cui obiettivo è sfruttare biecamente il disagio sociale autentico, alimentando odio puro a fini propagandistici elettorali, basandosi su elementi razionalmente perdenti, errati e in malafede.

Ma, ahimè, non porterebbe voti. Oggi.
Potrebbe portarli domani, però, per chi lo capisce.

Nell'Italia che verrà, quando si smetterà tutti di fomentare odio ad ogni occasione.

mercoledì 1 febbraio 2017

Donald Trump: è giusto così. Paradossalmente, da oggi è possibile iniziare a uscir fuori dalla post-verità.






di Sergio Di Cori Modigliani

Guy Debord o Jean Baudrillard non avrebbero battuto ciglio e non si sarebbero stupiti del fatto che Donald Trump è l'attuale presidente degli Usa. Con lui, infatti, la società dello spettacolo raggiunge il suo acme. E' anche giusto che sia così. La nazione che ha inventato Hollywood, cioè la più colossale macchina di produzione di sogni e fantasie mai concepita nel mondo -responsabile attiva nella produzione dell'immaginario collettivo del pianeta- porta a compimento una fase. Dopo Donald Trump (sempre nel caso che ci sia un "dopo") la società dello spettacolo così com'è, non esisterà più. 
E' come pensare a una icona sexy dopo Marilyn Monroe e Brigitte Bardot. 
I tempi cambiano comunque, sia che la società evolva e progredisca, sia che involva e regredisca. Cambiano quindi i meccanismi, i trend, le mode di riferimento.
La società dello spettacolo è stata una diabolica idea geniale a metà degli anni'70, quando il sistema capitalista occidentale traballava sotto i colpi della più massiccia rivoluzione sociale culturale negli ultimi 100 anni. Vittoriosa. Basti pensare che nel 1914 (tanto per fare un esempio nazionale) in Italia il 5% della popolazione possedeva il 90% della ricchezza del paese. Nel 1934, grazie al fascismo, il 5% era arrivato al 94%, massima punta registrata. Nel 1945, il solito 5% possedeva il 91% di un paese ridotto in macerie. 
Nel 1962, il 5% possedeva il 78% della ricchezza nazionale.
Nel 1968, il 5% possedeva il 72% della ricchezza nazionale. 
Nel 1972, il 5% possedeva il 68% della ricchezza nazionale.
Nel 1974, nel corso di un convegno organizzato in Usa dall'allora presidente Richard Nixon, Nelson Rockfeller, Henry Kissinger e George Bush, al quale venne invitata la crema dell'oligarchia planetaria occidentale, vennero presentati uno studio dell'ufficio studi del Ministero del tesoro italiano, uno studio della Cgil, uno studio dell'ufficio relazioni sociali dell'Iri dove si sosteneva che proseguendo su quel trend, nel 1990, ad esempio in Italia, il 5% avrebbe posseduto il 49,5% della ricchezza nazionale, il più alto livello di re-distribuzione equa della ricchezza dal 1861. Idem in Francia, Gran Bretagna, Germania e Usa.
Era necessario intervenire.
Penso che nacque in quella riunione della Trilateral l'idea di lanciare un piano strategico culturale il cui fine dichiarato consisteva nel capovolgere quelle cifre e fermare la diffusione di ricchezza collettiva e l'allargamento di benessere. In Usa venne stampato e diffuso il memorandum di Powell, in Italia si lanciò il progetto di Licio Gelli per abbattere la produzione di notizie, la diffusione di informazioni, spettacolarizzando ai massimi livelli possibili gli eventi della realtà. Venne pompato all'inverosimile il gossip al posto delle indagini e inchieste giornalistiche. Poco a poco si cominciò a diffondere un'aria nuova e diversa, finchè non avvenne la grande rivoluzione berlusconiana (riuscita e trionfante) che consisteva nel capovolgere la realtà italiana (paese dinamico, attivo, produttivo, colto e intelligente) e passare dalla politica del mercato al mercato della politica. In venti anni, la rivoluzione del berlusconismo cognitivo ha portato a una nuova situazione socio-cultural-economica per cui, oggi 2017, quel 49,5% sembra un sogno fantasioso. Gli ultimi dati ci rivelano che il 5% della popolazione italiana possiede di nuovo il 90% della ricchezza nazionale, come nel 1914.
Non avendo nella nostra tradizione il culto della memoria, non ci si rende conto di trovarsi (come in un film di fantascienza) in età pre-fascista. E' quindi comprensibile che i post-fascisti cerchino di cogliere al volo questa situazione attuale per legittimare la loro ideologia, che appare seducente così come nel 1919, quando gli agricoltori meridionali, massacrati dalla disoccupazione, dallo sfruttamento e dalla carneficina della Grande Guerra, fondarono i Fasci di combattimento.
Oggi, è il turno degli Usa.
Per la prima volta nella loro giovane storia (soltanto 250 anni alle spalle, a differenza di Roma che ne ha più di 2.500) si trovano ad affrontare l'esperienza del totalitarismo. 
Tinto e intinto dentro il puro spettacolo, si intende. Così oggi si manifesta. 
Ma l'effetto Paradang ci aiuta a comprendere la realtà ispirandoci ottimismo e suggestioni. 
Paradossalmente, infatti, la presa del potere in Usa, da parte dell'estrema destra reazionaria americana, sta comportando un risveglio della coscienza collettiva statunitense che presto scenderà in campo. E presto, ne vedremo delle belle.
Personalmente parlando, sono quasi contento che Donald Trump sia il presidente Usa.
Con Hillary Clinton avremmo prolungato l'agonia dell'ignobile consociativismo al ribasso. Esperienza tragica, drammatico abbaglio di una sinistra progressista suicida e infingarda.
Donald Trump rappresenta la punta di diamante del fascismo post-moderno nell'era digitale.
E porta con sè il fascino iniziale che ogni fascismo totalitario produce sempre all'inizio della sua epopea, imponendo, inevitabilmente, dei nuovi trend e aprendo un'autostrada di enormi possibilità di successo futuro per il pensiero progressista delle masse planetarie. Finisce in soffitta (mi auguro per sempre) la peggiore famiglia che la sinistra abbia prodotto negli ultimi 300 anni in occidente, quella composta dai Clinton/Bersani/Zapatero/Hollande/D'Alema, nata da un gravissimo errore teorico di base, miope e ottuso: l'idea che sia possibile aprire una trattativa con i marpioni dell'oligarchia della finanza. Non è così.
Non lo è mai stato.
L'evento che si è verificato ieri in Usa produrrà un vero e proprio ciclone.
In quel paese esiste un tale equilibrio dei poteri che attribuisce massima libertà operativa all'esecutivo, il quale se la deve vedere con il Congresso che è però sottoposto al controllo dell'organo legislativo americano, il cosiddetto "terzo potere" il quale, per tradizione riconosciuta, è rappresentato dai 9 giudici della Corte Suprema di Giustizia. Vengono eletti dal presidente e rimangono in carica a vita. Sono in numero dispari e vince la disposizione che ottiene 5 voti, per garantire l'esistenza di una minoranza di opposizione. La loro responsabilità è altissima, perché sta a loro decidere (in  maniera insindacabile) sui diritti civili, sulla legittimità dell'uso delle armi, la pena di morte, le questioni ambientali ed ecologiche di interesse collettivo, la libertà religiosa, il rapporto civile tra uomo e donna, genitori e figli, rapporto tra imprenditori e salariati. Nessuna delle grandi conquiste sociali e culturali ottenute dal popolo americano è nata da un ordine esecutivo del Presidente, o da una legge del Congresso, bensì da una irrevocabile decisione della Corte Suprema. Quando nel febbraio del 1962, l'allora presidente in carica John Fitzgerald Kennedy abolì il segregazionismo razziale che impediva ai neri l'accesso alle università, e abolì anche la segregazione religiosa che impediva a laici ed ebrei di poter aspirare a un ruolo dirigente in una qualunque impresa privata (si era obbligati a giurare sul Nuovo Testamento dichiarandosi servitori di Gesù) la classe politica dirigente statunitense più conservatrice si ribellò e chiese l'impeachment del Presidente.  Kennedy, che non era un dittatore, invece di fregarsene e mandare le truppe nelle accademie per imporre la sua volontà, scelse di sottoporsi al giudizio della Corte Suprema. Furono i mesi decisivi del futuro dell'America. Dopo una riunione dei 9 giudici durata 74 giorn,i venne deciso di accogliere la scelta del presidente. Quindi, i presidi che non rispettavano la nuova legge, commettevano un reato federale penale e potevano essere arrestati. Nel sud ci fu la rivolta dei razzisti. Ci furono scontri tra razzisti e neri. Decine e decine di morti. Moltissime le pressioni sul presidente affinchè rinunciasse a far valere la Legge. Ma lui stabilì che l'America è pronta a crescere e quindi fece la sua scelta. Insieme a suo fratello, Bob, Ministro della Giustizia, accompagnati dal notaio ufficiale della Corte Suprema, si recarono in Alabama. Annunciarono al preside dell'università di Montgomery che doveva far entrare lo studente di pelle nera che insisteva per far valere il proprio diritto, ma lui si rifiutava. E così, un martedì, i due Kennedy e il notaio, senza neppure le guardie di sicurezza, attraversarono a piedi tutto lo spiazzo antistante il campus accompagnando il giovane afro-americano. Arrivati ai piedi della scalinata d'ingresso c'era il preside, al fianco una decina di suoi collaboratori armati di fucile mitragliatore. L'incontro era trasmesso (per la prima volta nella storia televisiva mondiale) in diretta sul canale NBC. Il Presidente comunicò al preside la decisione della Corte Suprema. Il preside disse che non lo faceva entrare. Allora Kennedy gli disse: "La spina dorsale del nostro paese è la libertà di scelta individuale, sancita dalla nostra Costituzione, salvaguardata dalla Corte Suprema che ha deciso in materia. O lei adesso fa entrare questo ragazzo che ha il diritto di seguire le lezioni oppure sarò costretto a chiedere al mio Ministro della Giustizia di andare a procurarsi un telefono per chiamare gli agenti dell'FBI. La farò portare via in manette. Lei verrà espulso da ogni accademia americana con disonore per indegnità morale, finirà in galera e non potrà mai più per il resto della sua vita avere un impiego nell'amministrazione pubblica in nessuno dei 50 stati. Che cosa ha intenzione di fare?". Rimasero lì a guardarsi per due minuti. Alla fine, il preside cedette e si fece da parte. "Vai, è un tuo diritto" gli disse Kennedy. Il giovane afro-americano salì qualche scalino e poi si fermò. Aveva paura di entrare da solo, temeva che lo uccidessero. I Kennedy lo capirono e salirono insieme a lui entrando dentro l'università. Questo era lo spettacolo politico dell'America nei primi anni'60, ben cinquantacinque anni fa. 
Quel giorno nacque il mito dei Kennedy, ancora oggi presente nella memoria collettiva.
La finanza criminale planetaria (la finanza speculativa) liberata dai lacci della Legge da Bill Clinton che nel 1998 scelse di abolire lo Steagall act, voluto da Roosevelt e Keynes nel 1933 per imbavagliare i pirati marpioni, ha prodotto in questo giovane millennio un presidente come Donald Trump, suo figlio legittimo a tutti gli effetti.
Ieri si è svolto l'atto formalmente più importante per un presidente americano: la nomina del nono giudice della Corte Suprema. Il giudice Scalia, infatti, è deceduto sette mesi fa. Barack Obama, legalmente, avrebbe potuto nominarlo lui. Ma ai primi di settembre ha convocato i leader democratici e repubblicani e ha detto che avrebbe rinunciato, essendo lui in via di pensionamento definitivo. Fecero un accordo, come si dice, a gentlemen agreement. 
Nel caso avessero vinto i democratici, Hillary non avrebbe scelto un radicale ma un moderato.
Nel caso avesse vinto Trump, avrebbe operato la stessa scelta, al contrario.
L'accordo è stato violato. 
Degli 8 giudici in carica 3 sono conservatori (John Roberts, Clarence Thomas, Samuel Alito) 4 sono liberal moderati (Ruth Ginsburg, Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Stephan Breyer). UNo è centrista (Anthony Kennedy). Obama aveva proposto un  candidato di compromesso, Merrick Garland, un noto giurista di posizione centrista moderata, approvato da entrambi i partiti. La notte dell'elezione di Trump, il presidente del partito repubblicano ha avuto la educata compiacenza di telefonare a Obama e fargli sapere che non sarebbe stato rispettato l'accordo.

Per la seconda volta nella Storia degli Usa, il popolo americano ha visto in diretta televisiva un evento formalmente decisivo per il suo futuro. Donald Trump ha insistito per rimandare il momento della nomina dalle ore 14 alle ore 20 chiedendo la copertura televisiva totale. Ha anche spiegato di averlo fatto per consentire ai network di vendere pubblicità e far guadagnare soldi a tutti perchè "io sto qui per far fare business". Un suo collaboratore ha protestato sostenendo che non stavano al circo. E' stato licenziato subito.
E così è stato eletto Neil Gorsuch, il più integralista tra tutti i giudici costituzionalisti americani.
Esponente della destra radicale, fanatico religioso, militarista, grande sostenitore della libertà d'armi anche per i minorenni. 
Era stato nominato giudice da George Bush nel 1990 ed era finito nella lista dei 41 papabili. 
"Sembra la finale di un reality show" ha commentato il corrispondente della CNN, decano dei professionisti accreditati, nel presentare la serata al proprio pubblico televisivo.
"A me sembra la fine dell'America" ha commentato Larry King "ma conoscendo i miei polli non credo proprio che sia la fine degli americani. Anzi. Tutt'altro".

Sono d'accordo con lui.
Per questo sono ottimista.