venerdì 21 aprile 2017

25 Aprile: La resistenza culturale va avanti.






di Sergio Di Cori Modigliani


Secondo lo scrittore Alberto Moravia, che era un amico intimo di Pasolini, il seguente testo pubblicato sulla rivista Nuovi Argomenti 50 anni fa, è stata la goccia che ha fatto tracimare la pazienza di potentati fascio-democristiani che volevano la morte del grande intellettuale e artista friulano. Pier Paolo Pasolini (ma quest'aspetto è ancora fortemente censurato in questo paese strutturalmente antisemita) era stato il primo intellettuale d'occidente ad aver denunciato l'uso del termine "palestinese" da parte della sinistra europea sovietizzata per manifestare di nascosto un proprio radicato e profondo anti-semitismo e aveva scelto di sostenere lo stato d'Israele contro ogni censura.
Come sappiamo, a Pasolini andò male.
E' andata male anche per l'Italia.
 

E seguiterà ad andare male, anzi peggio, se le persone non si decidono a ragionare con la propria testa rinunciando a sottoscrivere petizioni, richieste, slogan, vecchi e ammuffiti, per abitudine, per necessità sociale, per interesse opportunista o per pigrizia e superficialità intellettuale. Chi vuole riscrivere la Storia rivisitandola e concimando il seme tossico del negazionismo deve sapere che c'è chi non si inginocchia davanti ai dettami del corrente Pensiero Unico.
Tutto ciò per commentare la scelta -che condivido- del PD di non partecipare alla manifestazione dell'Anpi per il 25 aprile a Roma, in conseguenza del fatto che sarà presente una rappresentanza di organizzazioni palestinesi che culturalmente, politicamente e storicamente, fanno riferimento ai Fratelli Musulmani i quali nel corso della seconda guerra mondiale si erano schierati al fianco di Adolf Hitler. Il 25 aprile del 1945, il gran muftì di Gerusalemme si trovava a Berlino, in una proprietà di Joseph Goebbels che gli era stata regalata. "La soluzione finale è ciò che ci vuole per tutte le popolazioni arabe; eliminare fisicamente tutti gli ebrei della Terra sarà la soluzione migliore per noi, politicamente, culturalmente, ed economicamente". 
Così scriveva, nel 1940.
Aver invitato i suoi eredi a celebrare il 25 aprile, data per noi italiani simbolica, in cui si celebra la resistenza contro il nazifascismo, è un atto di infantilismo superficiale e di ignominia civile.
 

E' un insulto alla memoria storica della civiltà progressista.
 

La formazione partigiana delle Brigate Ebraiche che militarmente rispondevano nella catena di comando a Sandro Pertini e Ferruccio Parri e che hanno combattuto contro l'asservimento dell'Italia alla dittatura, non parteciperanno alla manifestazione e organizzeranno un raduno in un'altra parte della città di Roma. La sindaca Virginia Raggi, pensando piattamente di compiere un atto salomonico, ha deciso, e quindi comunicato all'intera cittadinanza, che parteciperà alle due manifestazioni. Nella sua mente, me ne rendo conto, questo gesto sta a significare una rappresentanza di tutti. Non è così. Per ragioni che sono intuitive ed è inutile dilungarsi.

Ecco il testo pubblicato nel 1968 da Pier Paolo Pasolini sulla rivista Nuovi Argomenti per parlare proprio di queste cose, visto che una sua lettera di fuoco di allora, inviata alla sede dell'Anpi e letta alla radio da Alberto Moravia, convinse l'Anpi a cancellare la presenza dei Fratelli Musulmani alle celebrazioni. Era ancora troppo alto il numero di sopravvissuti e di partigiani che ben ricordavano la realtà storica e oggettiva dei fatti.
 

Erano ancora vivi Giorgio Bocca, Enzo Biagi, Ugo La Malfa.

La memoria non è un optional: è uno strumento.


Sosteneva Pier Paolo Pasolini su Nuovi Argomenti 50 anni fa:

"Ora, in questi giorni, leggendo l’Unità ho provato lo stesso dolore che si prova leggendo il più bugiardo giornale borghese. Possibile che i comunisti abbiano potuto fare una scelta così netta? Non era questa finalmente, l’occasione giusta per loro di “scegliere con dubbio” che è la sola umana di tutte le scelte? Il lettore dell’Unità non ne sarebbe cresciuto? Non avrebbe finalmente pensato – ed è il minimo che potesse fare che nulla al mondo si può dividere in due? E che egli stesso è chiamato a decidere sulla propria opinione? E perché invece l’Unità ha condotto una vera e propria campagna per «creare» un’opinione? Forse perché Israele è uno Stato nato male? Ma quale Stato, ora libero e sovrano, non è nato male? E chi di noi, inoltre, potrebbe garantire agli Ebrei che in Occidente non ci sarà più alcun Hitler o che in America non ci saranno nuovi campi di concentramento per drogati, omosessuali e ebrei? O che gli ebrei potranno continuare a vivere in pace nei paesi arabi?
Forse possono garantire questo il direttore dell’Unità, o Antonello Trombadori o qualsiasi altro intellettuale comunista? E non è logico che, chi non può garantire questo, accetti, almeno in cuor suo, l’esperimento dello Stato d’Israele, riconoscendone la sovranità e la libertà ? E che aiuto si dà al mondo arabo fingendo di ignorare la sua volontà di distruggere Israele?

Cioè fingendo di ignorare la sua realtà? Non sanno tutti che la realtà del mondo arabo, come la realtà della gran parte dei paesi in via di sviluppo – compresa in parte l’Italia – ha classi dirigenti, polizie, magistrature, indegne? E non sanno tutti che, come bisogna distinguere la nazione israeliana dalla stupidità del sionismo, così bisogna distinguere i popoli arabi dall’irresponsabilità del loro fanatico nazionalismo?".



giovedì 13 aprile 2017

Imbecilli che corrono con i lupi.






di Sergio Di Cori Modigliani

All'alba del decennio anni'90, quando ormai l'oligarchia liberista era diventata mainstream e cominciava ad essere chiaro a tutti che la lotta di classe al rovescio -cioè la guerra dei ricchi contro i poveri- stava vincendo alla grande, una geniale psicanalista junghiana statunitense, Clarissa Pinkola Estes, identificò con precisione millimetrica lo stato dell'arte (in quel momento specifico) nell'immaginario collettivo occidentale post-moderno. 
Pubblicò un libro che allora, quando uscì in Usa (primavera del 1990) divenne subito un libro culto. 

Il titolo era "Donne che corrono con i lupi" e in Italia sarebbe uscito due anni e mezzo dopo.

L'inatteso successo di massa di quel libro, divenuto subito in California la Bibbia dei movimenti antagonisti e di opposizione al sistema conservatore liberista, diede vita a una interminabile serie di discussioni, confronti, convegni, seminari sul tema. 
Inizialmente, il testo venne considerato appartenente alla letteratura femminista perchè la tematica del libro riguardava soprattutto la ricerca della libertà espressiva nel mondo femminile, un mondo nuovo, diverso, inconcepibile per i maschi, nel quale le donne, ormai stanche di essere accettate solo e soltanto nella misura in cui accettavano l'idea di essere le fedeli accompagnatrici delle ambizioni, progetti e fantasie maschili, rivendicavano il proprio diritto alla manifestazione della propria essenza esistenziale istintiva, da cui il titolo. Non più disposte a essere le cagne dei loro padroni, pretendevano di vivere la loro vita anche come donne lupo, e cioè libere, selvagge, all'occorrenza cacciatrici e non più prede, perseguendo (e rifondando) il mito della celebre dea Artemide/Diana, uno dei simbolici pilastri della nostra cultura occidentale di riferimento.
Quella dalla quale tutti noi occidentali proveniamo e di cui ci siamo nutriti fin da piccoli.

Il libro ebbe un enorme impatto soprattutto nella cultura anglo-sassone, per il fatto che sia tra gli anglo-americani che tra i sassoni, tuttora, esiste una cultura molto forte e radicata che identifica "the wolfman", l'uomo lupo, come il simbolo di colui che decide e sceglie di chiamarsi fuori dal sistema, di ritornare a vivere allo stato brado, rifiutando ogni forma di consumo e di ideologia legata al consueto scambio sociale (cittadino) tra gli umani. 

Quindici anni più tardi, nella primavera del 2005, quando le cose si stavano mettendo davvero molto ma molto male e i più visionari e profetici vedevano arrivare imminente una spaventosa crisi finanziaria, quindi anche economica e anche sociale, una deliziosa scrittrice canadese, Helene Humphreys, pubblicava a Montreal un romanzo "Wild dogs" che divenne immediatamente un libro culto e un simbolo culturale fondamentale per i sostenitori della decrescita e della lotta contro la società dei consumi. 
Nel territorio del Canada divenne addirittura il testo di riferimento dei nuovi movimenti che si richiamavano alla liberazione del Quebec. Il romanzo della Humphreys, uscito in Italia tre anni dopo, da noi non ebbe alcun seguito e passò quasi inosservato. E' una lettura davvero gustosa che consiglio a chiunque. L'azione si svolge in una piccola città della provincia canadese, sconvolta dalla chiusura di un mobilificio molto grosso che è il vero centro economico dell'area, e questo evento genera inquietudine nella popolazione. Le vittime di un clima a tratti pesante sono soprattutto le donne, i bambini e i cani. Proprio sei cani, senza apparenti avvisaglie, fuggono o sono spinti a fuggire dalle case dove sono cresciuti e dove sono stati nutriti, e amati, scegliendo di vivere nel bosco, di essere selvaggi, liberi. I loro padroni - Alice, Jamie, Lily, Walter, Malcolm e una misteriosa biologa - ogni sera si ritrovano in un campo ai margini del bosco e chiamano i loro cani nella speranza che tornino a casa. Fra i sei padroni si stabilisce un legame molto stretto, che sovrappone all'attesa del ritorno dei cani, speranze di amore, di amicizia e di risoluzione delle proprie solitudini, mentre, sullo sfondo, si prepara la resa dei conti, la dolorosa soluzione alla incomprensibile e "intollerabile" storia dei cani che hanno scelto di diventare selvaggi. 

La nostalgia per lo stato selvaggio, da sempre, è stata parte costituente delle fantasie di tutti coloro che vivono nella civiltà strutturata (soprattutto in quella dei consumi) e che sognano quel tipo di vita come una vera e propria utopia dello spirito. 
Gli sceneggiatori dell'Isis sono perfettamente al corrente di questo fatto e con diabolico acume hanno lanciato il termine "lupi solitari" per identificare i loro militanti radicalizzati sapendo che tale appellattivo consente di inserirsi surrettiziamente nel substrato della mente collettiva. 

E hanno ragione.

I media occidentali, scioccamente e in maniera masochista, hanno fatto da grancassa alla propagandistica dell'Isis, diffondendo quell'espressione, invece di usarne un'altra più appropriata (come consigliato da diversi psicologi e sociologi del comportamento, del tipo "i dormienti" o "cellule dormienti") in modo tale da attribuire ai terroristi una funzione narcolettica che induce alla depressione e non all'emulazione. Ma non è passata.

Dodici persone arrestate di recente in Francia (perchè sospettate di essere aderenti del sedicente califfato) ci hanno fornito un interessante materiale di riflessione. Nei loro diari elettronici confiscati, infatti, si legge sempre la solita frase, che ha fatto ormai presa nell'immaginario collettivo giovanile e non soltanto musulmano, diventando un vero e proprio mantra dell'antagonismo anti-sistema: "preferisco morire libero come un lupo piuttosto che vivere come un cane servo dei padroni che affamano il popolo".

Il lupo è considerato un guerriero, un combattente, un partigiano, in contrapposizione agli altri cani che hanno invece scelto di servire gli umani senza condizioni, in cambio del nutrimento assicurato. 
Il più grande impero della Storia, quello romano (durato 1200 anni) era identificato con il lupo femmina, considerato animale sacro,  simbolico, e quella tradizione si è trasmessa attraverso i millenni.
Nell'immaginario collettivo popolare il lupo attualmente è considerato simbolo di una lotta anti-borghese, un cane che ha rifiutato la logica del compromesso.

Tutto ciò per commentare il disastro psicologico che i media italiani stanno producendo con gravi danni alla nazione per aver scelto di dedicare un abnorme spazio a un criminale (sembra russo o croato o yugoslavo) che si aggira nelle campagne del Polesine, è armato ed è molto pericoloso. I nostri media l'hanno promosso dal rango di criminale a quello di eroe selvaggio, tanto è vero che ormai viene chiamato "Igor il lupo" e alla televisione chiamano come opinionisti addirittura degli zoologi, degli etologi e dei veterinari per spiegare ai telespettatori come comportarsi in presenza di questo lupo solitario.

A me sembra una pazzia, anche pericolosa. Il prodotto di una ignoranza radicata che si mescola a un atteggiamento di totale irresponsabilità civile da parte dei giornalisti pur di pedinare "l'odiens".

Più ne parlano, più ne alimentano il mito.
E, invece, nelle campagne dell' Emilia circola un comune criminale, di professione ladro, scassinatore e assassino, che spera di farla franca. Tutto qui.

Non mi sembra proprio il caso di enfatizzare il personaggio attribuendogli eroiche pulsioni che di sicuro non gli sono proprie.
E' un banale assassino che i media irresponsabili spacciano per qualcosa di diverso da ciò che è.
Mi auguro che lo arrestino molto presto prima che ci costruiscano sopra una pagina facebook o magari decidano di farne una serie televisiva e magari lo invitino all'isola dei famosi..

Non mi meraviglierebbe affatto.

giovedì 30 marzo 2017

La guerriera del nord che in Europa sta combattendo per tutti noi: si chiama Margherita. E viene dalla Danimarca.






di Sergio Di Cori Modigliani


BRUXELLES  29 Marzo 2017.

"La Commissione europea ha annunciato oggi formalmente che per garantire la libera concorrenza non può dare il suo benestare alla fusione tra il London Stock Exchange e la Deutsche Börse. L'esecutivo ha stabilito che un accordo tra le due piazze finanziarie avrebbe dato alla nuova società un monopolio inaccettabile nel campo delle camere di compensazione degli strumenti a reddito fisso. L'annuncio è giunto nel giorno in cui il Regno Unito ha annunciato ufficialmente il desiderio di uscire dall'Unione. «L'economia europea dipende dal buon funzionamento dei mercati finanziari – ha detto la commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager in una conferenza stampa qui a Bruxelles –. Ciò non è importante solo per le banche e per altre istituzioni finanziarie. L'intera economia cresce quando aziende possono raccogliere denaro sui mercati finanziari competitivi. Una fusione tra il LSE e Deutsche Börse avrebbe creato un monopolio di fatto nel cruciale settore degli strumenti a reddito fisso».

Così, il sole24 ore (http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2017-03-29/bruxelles-blocca-fusione-lse-e-deutsche-boerse-120124.shtml?uuid=AEyjabv) spiega, in un lungo articolo esplicativo, l'inizio della cosiddetta hard brexit, l'uscita dalla Unione Europea a muso duro. 

Chi pensava che la brexit sarebbe stata una passeggiata e un evento puramente burocratico, si è sbagliato di grosso. I mestatori della disinformazione e il variegato gruppo di complottisti e populisti, negli ultimi otto mesi, si sono spesi nel ricordare a tutti che la borsa di Londra ha toccato i massimi, che in Gran Bretagna l'impatto della brexit è stato accolto con soddisfazione dagli inglesi, ecc. 

E' vero esattamente il contrario. 

I primi attendibili sondaggi statistici (non quello delle opinioni ma quello basato su dati matematici oggettivi) rilevano che nel primo biennio della brexit il pil complessivo del Regno Unito crollerà in una percentuale variabile tra un -3,8% (gli ottimisti) e un -7,5% (i pessimisti). Circa 150.000 aziende operanti nel campo della finanza, del sistema bancario britannico, degli studi legali internazionali, delle società di relazioni pubbliche, e del marketing import-export,  abbandoneranno la city di Londra a partire da domani mattina e per l'economia inglese da questa primavera iniziano i dolori. Si calcola che circa 1 milione di professionisti lasceranno Londra entro 20 mesi. 

In Italia, purtroppo, tutto ciò non viene spiegato. 

O meglio, diciamo che l'attuale trend della comunicazione e dell'informazione è completamente cambiato rispetto al 2012, è addirittura opposto. 
Il web italiano è stato sequestrato dai propagandisti della politica partitica il cui unico obiettivo consiste nell'acquisire consenso in funzione di voti elettorali e per leggere qualcosa di sensato (ovvero: notizie vere, date, elementi documentati, fatti oggettivi) è necessario andarsi a leggere le notizie sul cartaceo, a scelta: quotidiani e riviste di destra, di sinistra o di centro. 

La smania e la volgarità anti-europeista ha legittimato una idea totalmente falsificata del lavoro dell'Unione Europea per cui ormai è considerata "norma" pensare, scrivere e sostenere che a Bruxelles le commissioni siano composte e presiedute da un gruppo di corrotti, impiegati al servizio della speculazione finanziaria globale, per lo più agenti che portano avanti esclusivamente le esigenze di George Soros e di Angela Merkel.

Per fortuna le persone sono tutte diverse e conta ancora il valore e la competenza dei singoli.

Tra tutti spicca lo splendido lavoro che da tre anni sta svolgendo a Bruxelles Margrethe Vestager, presidente della commissione finanza della Ue, leader del partito della sinistra radicale nel regno di Danimarca. 

Ieri mattina, dieci minuti dopo che l'ambasciatore britannico ha consegnato a Donald Tusk le sei pagine nelle quali il Regno Unito ha invocato l'applicazione dell'articolo 50, la Vestager ha bocciato la fusione delle borse inglesi, italiane e tedesche, progetto fortemente voluto dall'Unione per fortificarsi e compatti contrastare la potenza di fuoco planetaria dei colossi cinesi e statunitensi, i due grandi nemici dell'Europa, sostenuti dall'alleanza tattica con la Russia. Tutti e tre, infatti, vogliono a tutti i costi la disgregazione dell'Unione per poter penetrare economicamente i singoli stati distruggendo totalmente l'imprenditoria europea.

La Vestager ha approvato la fusione tra la Dow Chemical (colosso Usa) e la francese Dupont imponendo per forza che i francesi abbiano una quota azionaria superiore e il totale controllo di ogni attività di intervento finanziario nel mondo globale. Sta, inoltre, combattendo una furiosa battaglia a nome di tutti noi europei, per impedire la fusione tra la Monsanto (Usa) e la Bayer (Germania), evento che la Vestager ha definito "un'autentica tragedia per tutti gli agricoltori europei e per l'intera cittadinanza che dovrà subire la diffusione di sementi, pesticidi, piantagioni prodotte dal nuovo gigantesco colosso (ndr. il più grande conglomerato del pianeta) procurando un danno collettivo tragico". La Vestager ha puntato i piedi e come presidente della commissione finanziaria che si occupa della concorrenza ha definito la fusione "un monopolio dittatoriale che viola lo statuto dell'Unione Europea". 200 importanti associazioni europee, sensibili alla causa ambientalista, ecologica e nutrizionista, hanno inviato delle lettere di sostegno alla presidente danese ed è necessaria una massiccia mobilitazione collettiva europea (nel campo dell'informazione divulgativa) per fare in modo di sostenere Margrethe Vestager nel suo lavoro.

Questa è una battaglia che non possiamo e non dobbiamo perdere, superando ogni distinzione partitica o di schieramento. E' su questo tipo di mobilitazione che si costruisce un fronte europeo, europeista e sensato, a salvaguardia dell'interesse collettivo della cittadinanza.

Qui di seguito, con molto piacere, pubblico la lettera che l'ufficio della Vestager ha inviato alla mia posta elettronica, pregandomi di diffonderla in Italia, paese che, purtroppo, in questo momento, tra i 27 paesi dell'Unione, risulta l'ultimo nel campo dell'informazione relativo a questa battaglia.
La lettera è scritta in inglese ma è di facile comprensione.
In calce ci sono i link per mettersi direttamente in contatto con gli appositi uffici legati alla presidenza per far pervenire il proprio appoggio e sostegno al lavoro di Margrethe Vestager.

Non siamo soli.
A meno che, non sia una nostra scelta.
Diamoci da fare.

Dear sergio,
Yesterday, Margrethe Vestager, the commissioner responsible for competition policy in the EU approved one of the mergers: Dow Chemical is allowed to merge with Dupont. The green light for ChemChina to swallow Swiss-based Syngenta is expected in the next few days. The last, but most evil merger is not approved yet: Bayer wants to buy Monsanto. Together they will be the biggest seller for pesticides and seeds in the world, creating a dangerous monopoly. [1] This would be a crushing anti-competitive blow to the world’s farmers, tying them into buying seeds and pesticides from just three global corporations.
The two now (almost) approved mergers also creates a huge chance for us. Every merger needs to be evaluated against the current market conditions. Bayer and Monsanto haven’t submitted their merger yet. When they do - and it can happen any day soon - Vestager will have take into account how concentrated the market already is.
That is why we now have to send Vestager a giant people-powered message of determination -- “Margrethe, please block this merger". Our messages will join the growing opposition to the merger, from more than 200 organisations from all over Europe, who published a open letter [2] today.
Add your voice: tell the EU to block Baysanto
Bayer and Monsanto argue their merger would make products cheaper and therefore also our food. But we’re left counting the real costs from the severe damage their products cause, with higher taxes, higher health costs, and damage to our environment.
We know that Margrethe Vestager is already negotiating with Bayer behind closed doors. If we don’t act now this mega-merger could be a done deal. That’s why we have to tell her to reject the deal now.
If we are to be successful, we have to combine our outrage with good information. Together, we commissioned a study by a top legal academic from University College London to research the possible impact of the merger. And the news isn't good for Baysanto, a combined company would become a dominant player in the industry, to the detriment of farmers, shoppers and the environment. With our citizens-funded research we show The EU's competition commissioner, that we have the evidence, we have the concern and now we want her to act.
Make our message stronger: add your voice now
Stay tuned - we will publish the results of our research in April and more opportunities to show our opposition will come up.

Thanks for standing against the power of corporations,
Martin (London/Berlin), Joerg (Lübeck), Olga (Bologna), Julia (Warsaw), Virginia (Madrid), and the rest of us at WeMove.EU

References:


mercoledì 29 marzo 2017

Il discorso di Virginia Raggi il 26 Marzo in Campidoglio. per intero e senza censure.






di Sergio Di Cori Modigliani


Qualche giorno fa, sabato 26 Marzo per la precisazione, nel corso dei festeggiamenti e delle celebrazioni per il 60° del Trattato di Roma, la sindaca Virginia Raggi, nell'accogliere le delegazioni ufficiali nella sede del Campidoglio di cui lei è formalmente la Prima Cittadina, ha tenuto un discorso di accoglienza della durata di 7 minuti e mezzo.
Non mi è stato consentito di ascoltarlo per intero.
Ho letto quel discorso nei giorni successivi all'evento e mi è piaciuto. Era da ascoltare tutto.
L'intero sistema televisivo italiano ha scelto di mostrare agli utenti telespettatori soltanto i primi quaranta secondi. A me è sembrata una vera e propria offesa da parte del mondo mediatico nei confronti della città di Roma e dei suoi cittadini e uno schiaffo in faccia a tutti gli europei.

C'è stata qualche magra polemica aggravata dalla consueta squallida propaganda di tutti, dato che pochissimi l'avevano letto e/o ascoltato.

I motivi sono diversi e complessi. 

Da parte degli oppositori del M5s è fin troppo chiaro: qualunque cosa dica la Raggi (a meno che non si tratti di un autogol buono per essere utilizzato) non va diffuso nè condiviso.
Ma non basta.
Anche molti attivisti del M5s (ennesimo paradosso del declino italiota) si sono spesi per uniformarsi, aderendo al pensiero unico mainstream, forse scocciati e allarmati per il contenuto e la sostanza delle parole della Raggi: troppo europeiste, troppo istituzionali, troppo a favore dell'idea di Europa.

Dal mio punto di vista si è trattato di un delirio collettivo nazionale, che ha mostrato per intero la totale latitanza del concetto di democrazia.




Il discorso della Raggi, a mio avviso, potrebbe diventare un'ottima piattaforma per aprire un serio e sereno dibattito sull'identità e sull'entità del nostro essere e sentirsi europei.
Ma bisogna essere al corrente dei fatti oggettivi per sapere di che cosa stiamo parlando.
Così, almeno, quando parliamo sappiamo di che cosa stiamo parlando.
Il link del video è il seguente: https://www.facebook.com/virginia.raggi.m5sroma/videos/751014868414298/.

"Signore e Signori, Capi delegazione dei 27 Paesi dell’Unione Europea e delle Istituzioni europee
sono onorata di darvi il benvenuto a nome della città di Roma.
Sessanta anni fa qui a Roma prese il via una avventura straordinaria. I padri fondatori della Comunità Europea - animati da uno spirito rivoluzionario non scontato – misero da parte le distanze tra Stati che avevano portato alla guerra. E diedero vita ad un progetto visionario con l’obiettivo di garantire pace e benessere agli Europei.
Per la prima volta nella Storia ci si trovò di fronte ad una scelta condivisa e non imposta da un vincitore, nata da un intento comune e dalla capacità di ascoltare i cittadini. Anche ora c'è necessità di pace: un pensiero va a Londra e alle vittime dell'attentato terroristico di mercoledì. Hanno attaccato tutti gli europei, Roma è con voi.
“Solidarietà”, “interesse dei popoli” sono parole comuni a Adenauer, De Gasperi, Monnet, Spinelli. 

Questa è l'Europa, quella solidale dei popoli, che nel lontano 1957 si immaginava e che in parte abbiamo avuto in eredità tutti noi. Una eredità gioiosa e impegnativa da proseguire.

Questa Europa non poteva realizzarsi in un giorno. Dobbiamo realizzarla noi, dobbiamo realizzare una comunità solidale. Stare insieme richiede impegno, soprattutto dopo anni segnati da una violenta crisi finanziaria che ha messo a nudo errori. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscerli e rilanciare la sfida: la finanza non è tutto. E nessuno deve rimanere indietro.

La nostra generazione è chiamata a portare avanti quel sogno di Europa, ritornando allo spirito di quegli anni che oggi non c'è più e va recuperato. E’ stato Schuman ad ammonire che “l’Europa” sarebbe sorta “da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Tra i cittadini europei la solidarietà è già presente; le Istituzioni invece dovrebbero iniziare ad ascoltarli di più.
Le città avvicinano cittadini e Istituzioni che qui si incontrano: ascoltiamo i loro interessi, problemi, speranze. Noi sindaci siamo definiti “primi cittadini”: per questo, anche nei luoghi delle decisioni, dobbiamo far sentire forte la voce di chi chiede più lavoro, più inclusione sociale, più sicurezza.

I cittadini devono essere messi al centro del potere decisionale. Le politiche non devono essere imposte dall’alto ma rappresentare la volontà popolare, introducendo strumenti di democrazia diretta e partecipata. Vanno tenute “in conto le attese dei cittadini”. L’Europa o è dei cittadini o non è Europa. Alcuni trattati, come il Regolamento di Dublino, vanno rivisti. 

Un'Unione soltanto economica non può durare.

Lavoriamoci tutti insieme, aprendo porte e cuore ai cittadini. Solo con la partecipazione di tutti l’Europa sarà legittimata. L’unione può essere maggiore della somma delle sue parti. Questo concetto è alla base della cultura europea, all'interno della quale le diversità trovano valorizzazione nel rispetto delle identità nazionali.

Al Parlamento di Strasburgo, nel 2014, Papa Francesco ha chiesto: “Che cosa ti è successo Europa?”. Tante sono le risposte. Ma il Pontefice ha sottolineato che “le difficoltà possono diventare promotrici potenti di unità”. 

E' questa l'opportunità della nostra generazione.

Sono presenti forze di coesione e di disgregazione. 

E’ fisiologico che sia così. Importante, però, è dare risposte concrete a chi denuncia insofferenza. 

Così è nata l'Europa: dalle richieste dei cittadini che i nostri padri fondatori hanno avuto il merito di saper ascoltare.

Buon lavoro"

venerdì 24 marzo 2017

"Per un'Europa libera e unita": il testo integrale del manifesto di Ventotene 1941

Spinelli, Rossi, Colorni, Hirschmann
di Sergio Di Cori Modigliani


76 anni fa, nel 1941, nella piccola isola di Ventotene, dove si trovavano condannati al confino dal regime fascista, un gruppo di intellettuali italiani pensò, discusse, elaborò, sintetizzò, e infine redasse, un testo che loro vollero chiamare "manifesto per un'Europa libera e unita" gettando le basi teoriche della grande utopia europeista, basata sull'affermazione dei principi cardine del liberalismo e della democrazia, contro ogni forma di totalitarismo. Si era, allora, nel pieno di una sanguinosa guerra in Europa, che sarebbe durata sei anni, costando la vita di 55 milioni di esseri umani, soltanto nel nostro continente. Era quindi una massima priorità porre le necessarie fondamenta per evitare ogni possibile rischio di ulteriori conflitti nel futuro.
Sono trascorse, da allora, quattro generazioni, e in questi 80 anni siamo riusciti a costruire un'alleanza che ha consentito di vivere in pace e in prosperità. Da dieci anni a questa parte, da quando siamo stati colpiti dalla più grande crisi finanziaria del pianeta negli ultimi 80 anni, sono riemerse nel nostro continente delle forti pulsioni anti-europeiste nel nome di parole d'ordine legate al concetto di sovranità territoriale e di spirito identitario nazionalistico: gli stessi identici ingredienti che produssero nel secolo scorso il pane della seconda guerra mondiale. Il 26 marzo del 1957 veniva firmato il primo trattato di fondazione dell'Unione Europea. L'evento avvenne a Roma, in quanto capitale dello stato considerato ideatore, propugnatore e grande sostenitore dell'idea europeista fin dai tempi di Giuseppe Mazzini. Era inoltre la nazione che aveva dato i natali a Spinelli Rossi e Colorni. Per non parlare del fatto che, a quella data, l'Italia era esplosa economicamente (in senso positivo) sorprendendo tutto il mondo: cresceva al ritmo del +10% annuo, segnando il più poderoso sviluppo economico mai registrato nella Storia in un singolo Stato. Per comprendere da dove veniamo e dove dobbiamo andare, ho pensato fosse utile proporre alla lettura il testo integrale di quel manifesto che rimane, anche a distanza di 80 anni, colonna portante della cultura e della civiltà d'Europa.
 

Il documento che ha ispirato l'idea di Unione europea


                         "Per un'Europa libera e unita

                                                          Ventotene, agosto 1941

I - LA CRISI DELLA CIVILTÀ MODERNA


La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l'uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita. 
Con questo codice alla mano si è venuto imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della vita sociale che non lo rispettino:
1. Si è affermato l'eguale diritto a tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti. Ogni popolo, individuato nelle sue caratteristiche etniche geografiche linguistiche e storiche, doveva trovare nell'organismo statale, creato per proprio conto secondo la sua particolare concezione della vita politica, lo strumento per soddisfare nel modo migliore ai suoi bisogni, indipendentemente da ogni intervento estraneo.
L'ideologia dell'indipendenza nazionale è stata un potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un senso di più vasta solidarietà contro l'oppressione degli stranieri dominatori; ha eliminato molti degli inciampi che ostacolavano la circolazione degli uomini e delle merci; ha fatto estendere, dentro il territorio di ciascun nuovo stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili. Essa portava però in sé i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali.
La nazione non è più ora considerata come lo storico prodotto della convivenza degli uomini, che, pervenuti, grazie ad un lungo processo, ad una maggiore uniformità di costumi e di aspirazioni, trovano nel loro stato la forma più efficace per organizzare la vita collettiva entro il quadro di tutta la società umana. È invece divenuta un'entità divina, un organismo che deve pensare solo alla propria esistenza ed al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri possono risentirne. La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e considera suo "spazio vitale" territori sempre più vasti che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza senza dipendere da alcuno. Questa volontà di dominio non potrebbe acquietarsi che nell'egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti.
In conseguenza lo stato, da tutelatore della libertà dei cittadini, si è trasformato in padrone di sudditi, tenuti a servirlo con tutte le facoltà per rendere massima l'efficenza bellica. Anche nei periodi di pace, considerati come soste per la preparazione alle inevitabili guerre successive, la volontà dei ceti militari predomina ormai, in molti paesi, su quella dei ceti civili, rendendo sempre più difficile il funzionamento di ordinamenti politici liberi; la scuola, la scienza, la produzione, l'organismo amministrativo sono principalmente diretti ad aumentare il potenziale bellico; le madri vengono considerate come fattrici di soldati, ed in conseguenza premiate con gli stessi criteri con i quali alle mostre si premiano le bestie prolifiche; i bambini vengono educati fin dalla più tenera età al mestiere delle armi e dell'odio per gli stranieri; le libertà individuali si riducono a nulla dal momento che tutti sono militarizzati e continuamente chiamati a prestar servizio militare; le guerre a ripetizione costringono ad abbandonare la famiglia, l'impiego, gli averi ed a sacrificare la vita stessa per obiettivi di cui nessuno capisce veramente il valore, ed in poche giornate distruggono i risultati di decenni di sforzi compiuti per aumentare il benessere collettivo.
Gli stati totalitari sono quelli che hanno realizzato nel modo più coerente l’unificazione di tutte le forze, attuando il massimo di accentramento e di autarchia, e si sono perciò dimostrati gli organismi più adatti all'odierno ambiente internazionale. Basta che una nazione faccia un passo più avanti verso un più accentuato totalitarismo, perché sia seguita dalle altre nazioni, trascinate nello stesso solco dalla volontà di sopravvivere.
2. Si è affermato l'uguale diritto per i cittadini alla formazione della volontà dello stato. Questa doveva così risultare la sintesi delle mutevoli esigenze economiche e ideologiche di tutte le categorie sociali liberamente espresse. Tale organizzazione politica ha permesso di correggere, o almeno di attenuare, molte delle più stridenti ingiustizie ereditarie dai regimi passati. Ma la libertà di stampa e di associazione e la progressiva estensione del suffragio rendevano sempre più difficile la difesa dei vecchi privilegi mantenendo il sistema rappresentativo. I nullatenenti a poco a poco imparavano a servirsi di questi istrumenti per dare l'assalto ai diritti acquisiti dalle classi abbienti; le imposte speciali sui redditi non guadagnati e sulle successioni, le aliquote progressive sulle maggiori fortune, le esenzioni dei redditi minimi, e dei beni di prima necessità, la gratuità della scuola pubblica, l'aumento delle spese di assistenza e di previdenza sociale, le riforme agrarie, il controllo delle fabbriche minacciavano i ceti privilegiati nelle loro più fortificate cittadelle.
Anche i ceti privilegiati che avevano consentito all'uguaglianza dei diritti politici non potevano ammettere che le classi diseredate se ne valessero per cercare di realizzare quell'uguaglianza di fatto che avrebbe dato a tali diritti un contenuto concreto di effettiva libertà. Quando, dopo la fine della prima guerra mondiale, la minaccia divenne troppo forte, fu naturale che tali ceti applaudissero calorosamente ed appoggiassero le instaurazioni delle dittature che toglievano le armi legali di mano ai loro avversari.
D'altra parte la formazione di giganteschi complessi industriali e bancari e di sindacati riunenti sotto un'unica direzione interi eserciti di lavoratori, sindacati e complessi che premevano sul governo per ottenere la politica più rispondente ai loro particolari interessi, minacciava di dissolvere lo stato stesso in tante baronie economiche in acerba lotta tra loro.
Gli ordinamenti democratico liberali, divenendo lo strumento di cui questi gruppi si valevano per meglio sfruttare l'intera collettività, perdevano sempre più il loro prestigio, e così si diffondeva la convinzione che solamente lo stato totalitario, abolendo la libertà popolare, potesse in qualche modo risolvere i conflitti di interessi che le istituzioni politiche esistenti non riuscivano più a contenere.
Di fatto poi i regimi totalitari hanno consolidato in complesso la posizione delle varie categorie sociali nei punti volta a volta raggiunti, ed hanno precluso, col controllo poliziesco di tutta la vita dei cittadini e con la violenta eliminazione dei dissenzienti, ogni possibilità legale di correzione dello stato di cose vigente. Si è così assicurata l'esistenza del ceto assolutamente parassitario dei proprietari terrieri assenteisti, e dei redditieri che contribuiscono alla produzione sociale solo col tagliare le cedole dei loro titoli, dei ceti monopolistici e delle società a catena che sfruttano i consumatori e fanno volatilizzare i denari dei piccoli risparmiatori, dei plutocrati, che, nascosti dietro le quinte, tirano i fili degli uomini politici, per dirigere tutta la macchina dello stato a proprio esclusivo vantaggio, sotto l'apparenza del perseguimento dei superiori interessi nazionali. Sono conservate le colossali fortune di pochi e la miseria delle grandi masse, escluse dalle possibilità di godere i frutti delle moderna cultura. È salvato, nelle sue linee sostanziali, un regime economico in cui le risorse materiali e le forze di lavoro, che dovrebbero essere rivolte a soddisfare i bisogni fondamentali per lo sviluppo delle energie vitali umane, vengono invece indirizzate alla soddisfazione dei desideri più futili di coloro che sono in grado di pagare i prezzi più alti; un regime economico in cui, col diritto di successione, la potenza del denaro si perpetua nello stesso ceto, trasformandosi in un privilegio senza alcuna corrispondenza al valore sociale dei servizi effettivamente prestati, e il campo delle alternative ai proletari resta così ridotto che per vivere sono costretti a lasciarsi sfruttare da chi offra loro una qualsiasi possibilità d'impiego.
Per tenere immobilizzate e sottomesse le classi operaie, i sindacati sono stati trasformati, da liberi organismi di lotta, diretti da individui che godevano la fiducia degli associati, in organi di sorveglianza poliziesca, sotto la direzione di impiegati scelti dal gruppo governante e ad esso solo responsabili. Se qualche correzione viene fatta a un tale regime economico, è sempre solo dettata dalle esigenze del militarismo, che hanno confluito con le reazionarie aspirazioni dei ceti privilegiati nel far sorgere e consolidare gli stati totalitari.
3. Contro il dogmatismo autoritario si è affermato il valore permanente dello spirito critico. Tutto quello che veniva asserito doveva dare ragione di sì o scomparire. Alla metodicità di questo spregiudicato atteggiamento sono dovute le maggiori conquiste della nostra società in ogni campo.
Ma questa libertà spirituale non ha resistito alla crisi che ha fatto sorgere gli stati totalitari. Nuovi dogmi da accettare per fede o da accettare ipocritamente si stanno accampando in tutte le scienze. Quantunque nessuno sappia che cosa sia una razza e le più elementari nozioni storiche ne facciano risultare l'assurdità, si esige dai fisiologi di credere di mostrare e convincere che si appartiene ad una razza eletta, solo perché l'imperialismo ha bisogno di questo mito per esaltare nelle masse l'odio e l'orgoglio. I più evidenti concetti della scienza economica debbono essere considerati anatema per presentare la politica autarchica, gli scambi bilanciati e gli altri ferravecchi del mercantilismo, come straordinarie scoperte dei nostri tempi. A causa della interdipendenza economica di tutte le parti del mondo, spazio vitale per ogni popolo che voglia conservare il livello di vita corrispondente alla civiltà moderna, è tutto il globo; ma si è creata la pseudo scienza della geopolitica che vuol dimostrare la consistenza della teoria degli spazi vitali, per dare veste teorica alla volontà di sopraffazione dell'imperialismo. La storia viene falsificata nei suoi dati essenziali, nell'interesse della classe governante. Le biblioteche e le librerie vengono purificate di tutte le opere non considerate ortodosse. Le tenebre dell'oscurantismo di nuovo minacciano di soffocare lo spirito umano.
La stessa etica sociale della libertà e dell'uguaglianza è scalzata. Gli uomini non sono più considerati cittadini liberi, che si valgono dello stato per meglio raggiungere i loro fini collettivi. Sono servitori dello stato che stabilisce quali debbono essere i loro fini, e come volontà dello stato viene senz'altro assunta la volontà di coloro che detengono il potere. Gli uomini non sono più soggetti di diritto, ma gerarchicamente disposti, sono tenuti ad ubbidire senza discutere alle gerarchie superiori che culminano in un capo debitamente divinizzato. Il regime delle caste rinasce prepotente dalle sue stesse ceneri.
Questa reazionaria civiltà totalitaria, dopo aver trionfato in una serie di paesi, ha infine trovato nella Germania nazista la potenza che si è ritenuta capace di trarne le ultime conseguenze. Dopo una meticolosa preparazione, approfittando con audacia e senza scrupoli delle rivalità, degli egoismi, della stupidità altrui, trascinando al suo seguito altri stati vassalli europei — primo fra i quali l'Italia — alleandosi col Giappone che persegue fini identici in Asia essa si è lanciata nell'opera di sopraffazione.
La sua vittoria significherebbe il definitivo consolidamento del totalitarismo nel mondo. Tutte le sue caratteristiche sarebbero esasperate al massimo, e le forze progressive sarebbero condannate per lungo tempo ad una semplice opposizione negativa.
La tradizionale arroganza e intransigenza dei ceti militari tedeschi può già darci un'idea di quel che sarebbe il carattere del loro dominio dopo una guerra vittoriosa. I tedeschi vittoriosi potrebbero anche permettersi una lustra di generosità verso gli altri popoli europei, rispettare formalmente i loro territori e le loro istituzioni politiche, per governare così soddisfacendo lo stupido sentimento patriottico che guarda ai colori dei pali di confine ed alla nazionalità degli uomini politici che si presentano alla ribalta, invece che al rapporto delle forze ed al contenuto effettivo degli organismi dello stato. Comunque camuffata, la realtà sarebbe sempre la stessa: una rinnovata divisione dell'umanità in Spartiati ed Iloti.
Anche una soluzione di compromesso tra le parti ora in lotta significherebbe un ulteriore passo innanzi del totalitarismo, poiché tutti i paesi che fossero sfuggiti alla stretta della Germania sarebbero costretti ad accettare le sue stesse forme di organizzazione politica, per prepararsi adeguatamente alla ripresa della guerra.
Ma la Germania hitleriana, se ha potuto abbattere ad uno ad uno gli stati minori, con la sua azione ha costretto forze sempre più potenti a scendere in lizza. La coraggiosa combattività della Gran Bretagna, anche nel momento più critico in cui era rimasta sola a tener testa al nemico, ha fatto sì che i Tedeschi siano andati a cozzare contro la strenua resistenza dell'esercito sovietico, ed ha dato tempo all'America di avviare la mobilitazione delle sue sterminate forze produttive. E questa lotta contro l'imperialismo tedesco si è strettamente connessa con quella che il popolo cinese va conducendo contro l'imperialismo giapponese.
Immense masse di uomini e di ricchezze sono già schierate contro le potenze totalitarie. Le forze di queste potenze hanno raggiunto il loro culmine e non possono oramai che consumarsi progressivamente. Quelle avverse hanno invece già superato il momento della massima depressione e sono in ascesa. La guerra delle Nazioni Unite risveglia ogni giorno di più la volontà di liberazione anche nei paesi che avevano soggiaciuto alla violenza ed erano come smarriti per il colpo ricevuto, e persino risveglia tale volontà nei popoli delle potenze dell'Asse, i quali si accorgono di essere trascinati in una situazione disperata solo per soddisfare la brama di dominio dei loro padroni.
Il lento processo, grazie al quale enormi masse di uomini si lasciavano modellare passivamente dal nuovo regime, vi si adeguavano e contribuivano così a consolidarlo, è arrestato; si è invece iniziato il processo contrario. In questa immensa ondata, che lentamente si solleva, si ritrovano tutte le forze progressiste; e, le parti più illuminate delle classi lavoratrici che si erano lasciate distogliere, dal terrore e dalle lusinghe, nella loro aspirazione ad una superiore forma di vita; gli elementi più consapevoli dei ceti intellettuali, offesi dalla degradazione cui è sottoposta l'intelligenza; imprenditori, che sentendosi capaci di nuove iniziative, vorrebbero liberarsi dalle bardature burocratiche, e dalle autarchie nazionali, che impacciano ogni loro movimento; tutti coloro, infine, che, per un senso innato di dignità, non sanno piegar la spina dorsale nella umiliazione della servitù.
A tutte queste forze è oggi affidata la salvezza della nostra civiltà.

 

 

II - I COMPITI DEL DOPO GUERRA - L'UNITÀ EUROPEA


 

La sconfitta della Germania non porterebbe automaticamente al riordinamento dell'Europa secondo il nostro ideale di civiltà.
Nel breve intenso periodo di crisi generale, in cui gli stati nazionali giaceranno fracassati al suolo, in cui le masse popolari attenderanno ansiose la parola nuova e saranno materia fusa, ardente, suscettibile di essere colata in forme nuove, capace di accogliere la guida di uomini seriamente internazionalisti, i ceti che più erano privilegiati nei vecchi sistemi nazionali cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare l'ondata dei sentimenti e delle passioni internazionalistiche, e si daranno ostinatamente a ricostruire i vecchi organismi statali. Ed è probabile che i dirigenti inglesi, magari d'accordo con quelli americani, tentino di spingere le cose in questo senso, per riprendere la politica dell'equilibrio delle potenze nell'apparente immediato interesse del loro impero.
Le forze conservatrici, cioè i dirigenti delle istituzioni fondamentali degli stati nazionali: i quadri superiori delle forze armate, culminanti là, dove ancora esistono, nelle monarchie; quei gruppi del capitalismo monopolista che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelle degli stati; i grandi proprietari fondiari e le alte gerarchie ecclesiastiche, che solo da una stabile società conservatrice possono vedere assicurate le loro entrate parassitarie; ed al loro seguito tutto l'innumerevole stuolo di coloro che da essi dipendono o che son anche solo abbagliati dalla loro tradizionale potenza; tutte queste forze reazionarie, già fin da oggi, sentono che l'edificio scricchiola e cercano di salvarsi. Il crollo le priverebbe di colpo di tutte le garanzie che hanno avuto fin'ora e le esporrebbe all'assalto delle forze progressiste.
Ma essi hanno uomini e quadri abili ed adusati al comando, che si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari, e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti.
Il punto sul quale essi cercheranno di far leva sarà la restaurazione dello stato nazionale. Potranno così far presa sul sentimento popolare più diffuso, più offeso dai recenti movimenti, più facilmente adoperabile a scopi reazionari: il sentimento patriottico. In tal modo possono anche sperare di più facilmente confondere le idee degli avversari, dato che per le masse popolari l'unica esperienza politica finora acquisita è quella svolgentesi entro l'ambito nazionale, ed è perciò abbastanza facile convogliare, sia esse che i loro capi più miopi, sul terreno della ricostruzione degli stati abbattuti dalla bufera.
Se raggiungessero questo scopo avrebbero vinto. Fossero pure questi stati in apparenza largamente democratici o socialisti, il ritorno del potere nelle mani dei reazionari sarebbe solo questione di tempo. Risorgerebbero le gelosie nazionali e ciascuno stato di nuovo riporrebbe la soddisfazione delle proprie esigenze solo nella forza delle armi. Loro compito precipuo tornerebbe ad essere, a più o meno breve scadenza, quello di convertire i loro popoli in eserciti. I generali tornerebbero a comandare, i monopolisti ad approfittare delle autarchie, i corpi burocratici a gonfiarsi, i preti a tener docili le masse. Tutte le conquiste del primo momento si raggrinzerebbero in un nulla di fronte alla necessità di prepararsi nuovamente alla guerra.
Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani. Il crollo della maggior parte degli stati del continente sotto il rullo compressore tedesco ha già accomunato la sorte dei popoli europei, che o tutti insieme soggiaceranno al dominio hitleriano, o tutti insieme entreranno, con la caduta di questo in una crisi rivoluzionaria in cui non si troveranno irrigiditi e distinti in solide strutture statali.
Gli spiriti sono giù ora molto meglio disposti che in passato ad una riorganizzazione federale dell'Europa. La dura esperienza ha aperto gli occhi anche a chi non voleva vedere ed ha fatto maturare molte circostanze favorevoli al nostro ideale.
Tutti gli uomini ragionevoli riconoscono ormai che non si può mantenere un equilibrio di stati europei indipendenti con la convivenza della Germania militarista a parità di condizioni con gli altri paesi, né si può spezzettare la Germania e tenerle il piede sul collo una volta che sia vinta. Alla prova, è apparso evidente che nessun paese d'Europa può restarsene da parte mentre gli altri si battono, a nulla valendo le dichiarazioni di neutralità e di patti di non aggressione. È ormai dimostrata la inutilità, anzi la dannosità di organismi, tipo della Società delle Nazioni, che pretendano di garantire un diritto internazionale senza una forza militare capace di imporre le sue decisioni e rispettando la sovranità assoluta degli stati partecipanti. Assurdo è risultato il principio del non intervento, secondo il quale ogni popolo dovrebbe essere lasciato libero di darsi il governo dispotico che meglio crede, quasi che la costituzione interna di ogni singolo stato non costituisse un interesse vitale per tutti gli altri paesi europei.
Insolubili sono diventati i molteplici problemi che avvelenano la vita internazionale del continente: tracciati dei confini a popolazione mista, difesa delle minoranze allogene, sbocco al mare dei paesi situati nell'interno, questione balcanica, questione irlandese ecc., che troverebbero nella Federazione Europea la più semplice soluzione, come l'hanno trovata in passato i corrispondenti problemi degli staterelli entrati a far parte delle più vaste unità nazionali, quando hanno perso la loro acredine, trasformandosi in problemi di rapporti fra le diverse provincie.
D'altra parte la fine del senso di sicurezza nella inattaccabilità della Gran Bretagna, che consigliava agli inglesi la "splendid isolation", la dissoluzione dell'esercito e della stessa repubblica francese, al primo serio urto delle forze tedesche — risultato che è da sperare abbia di molto smorzata la presunzione sciovinista della superiorità gallica — e specialmente la coscienza della gravità del pericolo corso di generale asservimento, sono tutte circostanze che favoriranno la costituzione di un regime federale che ponga fine all'attuale anarchia. Ed il fatto che l'Inghilterra abbia accettato il principio dell'indipendenza indiana, e la Francia abbia potenzialmente perduto col riconoscimento della sconfitta tutto il suo impero, rendono più agevole trovare anche una base di accordo per una sistemazione europea dei problemi coloniali.
A tutto ciò va infine aggiunta la scomparsa di alcune delle principali dinastie e la fragilità delle basi di quelle che sostengono le dinastie superstiti. Va tenuto conto, infatti, che le dinastie, considerando i diversi paesi come tradizionale appannaggio proprio, rappresentavano, con i poderosi interessi di cui erano l'appoggio, un serio ostacolo alla organizzazione razionale degli Stati Uniti d'Europa, la quale non può poggiare che sulle costituzioni repubblicane di tutti i paesi federati.
E quando, superando l'orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono l'umanità, bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l'unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l'unità politica dell'intero globo.
La linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l'unità internazionale.
Con la propaganda e con l'azione, cercando di stabilire in tutti i modi accordi e legami tra i movimenti simili che nei vari paesi si vanno certamente formando, occorre fin d'ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far sorgere il nuovo organismo, che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa; per costituire un largo stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali, spazzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari, abbia gli organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni, dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli Stati stessi l'autonomia che consente una plastica articolazione e lo sviluppo della vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli.
Se ci sarà nei principali paesi europei un numero sufficiente di uomini che comprenderanno ciò, la vittoria sarà in breve nelle loro mani, perché la situazione e gli animi saranno favorevoli alla loro opera e di fronte avranno partiti e tendenze già tutti squalificati dalla disastrosa esperienza dell'ultimo ventennio. Poiché sarà l'ora di opere nuove, sarà anche l'ora di uomini nuovi, del movimento per l'Europa libera e unita!

 

 

III - I COMPITI DEL DOPO GUERRA LA RIFORMA DELLA SOCIETÀ

Un'Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l'era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. Tutte le vecchie istituzioni conservatrici che ne impedivano l'attuazione saranno crollanti o crollate, e questa loro crisi dovrà essere sfruttata con coraggio e decisione. La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l'emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita.
La bussola di orientamento per i provvedimenti da prendere in tale direzione non può essere però il principio puramente dottrinario secondo il quale la proprietà privata dei mezzi materiali di produzione deve essere in linea di principio abolita, e tollerata solo in linea provvisoria, quando non se ne possa proprio fare a meno. La statizzazione generale dell'economia è stata la prima forma utopistica in cui le classi operaie si sono rappresentate la loro liberazione dal giogo capitalista, ma, una volta realizzata a pieno, non porta allo scopo sognato, bensì alla costituzione di un regime in cui tutta la popolazione è asservita alla ristretta classe dei burocrati gestori dell'economia, come è avvenuto in Russia.
Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma — come avviene per forze naturali — essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime. Le gigantesche forze di progresso, che scaturiscono dall'interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica "routinière" per trovarsi poi di fronte all'insolubile problema di resuscitare lo spirito d'iniziativa con le differenziazioni dei salari, e con gli altri provvedimenti del genere dello stachenovismo dell'U.R.S.S., col solo risultato di uno sgobbamento più diligente. Quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore possibilità di sviluppo ed impiego, e contemporaneamente vanno perfezionati e consolidati gli argini che le convogliano verso gli obiettivi di maggiore utilità per tutta la collettività.
La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio.
Questa direttiva si inserisce naturalmente nel processo di formazione di una vita economica europea liberata dagli incubi del militarismo e del burocraticismo nazionali. In essa possono trovare la loro liberazione tanto i lavoratori dei paesi capitalistici oppressi dal dominio dei ceti padronali, quanto i lavoratori dei paesi comunisti oppressi dalla tirannide burocratica. La soluzione razionale deve prendere il posto di quella irrazionale anche nella coscienza dei lavoratori. Volendo indicare in modo più particolareggiato il contenuto di questa direttiva, ed avvertendo che la convenienza e le modalità di ogni punto programmatico dovranno essere sempre giudicate in rapporto al presupposto oramai indispensabile dell'unità europea, mettiamo in rilievo i seguenti punti:
a. non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un'attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori (ad esempio le industrie elettriche); le imprese che si vogliono mantenere in vita per ragioni di interesse collettivo, ma che per reggersi hanno bisogno di dazi protettivi, sussidi, ordinazioni di favore ecc. (l'esempio più notevole di questo tipo di industrie sono in Italia ora le industrie siderurgiche); e le imprese che per la grandezza dei capitali investiti e il numero degli operai occupati, o per l'importanza del settore che dominano, possono ricattare gli organi dello stato imponendo la politica per loro più vantaggiosa (es. industrie minerarie, grandi istituti bancari, industrie degli armamenti). È questo il campo in cui si dovrà procedere senz'altro a nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti;
b. le caratteristiche che hanno avuto in passato il diritto di proprietà e il diritto di successione hanno permesso di accumulare nelle mani di pochi privilegiati ricchezze che converrà distribuire, durante una crisi rivoluzionaria in senso egualitario, per eliminare i ceti parassitari e per dare ai lavoratori gli strumenti di produzione di cui abbisognano, onde migliorare le condizioni economiche e far loro raggiungere una maggiore indipendenza di vita. Pensiamo cioè ad una riforma agraria che, passando la terra a chi coltiva, aumenti enormemente il numero dei proprietari, e ad una riforma industriale che estenda la proprietà dei lavoratori, nei settori non statizzati, con le gestioni cooperative, l'azionariato operaio ecc.;
c. i giovani vanno assistiti con le provvidenze necessarie per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita. In particolare la scuola pubblica dovrà dare la possibilità effettiva di perseguire gli studi fino ai gradi superiori ai più idonei, invece che ai più ricchi; e dovrà preparare, in ogni branca di studi per l'avviamento ai diversi mestieri e alla diverse attività liberali e scientifiche, un numero di individui corrispondente alla domanda del mercato, in modo che le rimunerazioni medie risultino poi pressappoco eguali, per tutte le categorie professionali, qualunque possano essere le divergenze tra le rimunerazioni nell'interno di ciascuna categoria, a seconda delle diverse capacità individuali;
d. la potenzialità quasi senza limiti della produzione in massa dei generi di prima necessità con la tecnica moderna permette ormai di assicurare a tutti, con un costo sociale relativamente piccolo, il vitto, l'alloggio e il vestiario col minimo di conforto necessario per conservare la dignità umana. La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi non con le forme caritative, sempre avvilenti, e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori;
e. la liberazione delle classi lavoratrici può aver luogo solo realizzando le condizioni accennate nei punti precedenti: non lasciandole ricadere nella politica economica dei sindacati monopolistici, che trasportano semplicemente nel campo operaio i metodi sopraffattori caratteristici specialmente del grande capitale. I lavoratori debbono tornare a essere liberi di scegliere i fiduciari per trattare collettivamente le condizioni a cui intendono prestare la loro opera, e lo stato dovrà dare i mezzi giuridici per garantire l'osservanza dei patti conclusivi; ma tutte le tendenze monopolistiche potranno essere efficacemente combattute, una volta che saranno realizzate quelle trasformazioni sociali.
Questi sono i cambiamenti necessari per creare, intorno al nuovo ordine, un larghissimo strato di cittadini interessati al suo mantenimento e per dare alla vita politica una consolidata impronta di libertà, impregnata di un forte senso di solidarietà sociale. Su queste basi le libertà politiche potranno veramente avere un contenuto concreto e non solo formale per tutti, in quanto la massa dei cittadini avrà una indipendenza ed una conoscenza sufficiente per esercitare un efficace e continuo controllo sulla classe governante.
Sugli istituti costituzionali sarebbe superfluo soffermarci, poiché, non potendosi prevedere le condizioni in cui dovranno sorgere ed operare, non faremmo che ripetere quello che tutti già sanno sulla necessità di organi rappresentativi per la formazione delle leggi, dell'indipendenza della magistratura — che prenderà il posto dell'attuale — per l'applicazione imparziale delle leggi emanate, della libertà di stampa e di associazione, per illuminare l'opinione pubblica e dare a tutti i cittadini la possibilità di partecipare effettivamente alla vita dello stato. Su due sole questioni è necessario precisare meglio le idee, per la loro particolare importanza in questo momento nel nostro paese, sui rapporti dello stato con la chiesa e sul carattere della rappresentanza politica:
a. la Chiesa cattolica continua inflessibilmente a considerarsi unica società perfetta, a cui lo stato dovrebbe sottomettersi, fornendole le armi temporali per imporre il rispetto della sua ortodossia. Si presenta come naturale alleata di tutti i regimi reazionari, dei quali cerca di approfittare per ottenere esenzioni e privilegi, per ricostruire il suo patrimonio, per stendere di nuovo i suoi tentacoli sulla scuola e sull'ordinamento della famiglia. Il concordato con cui in Italia il Vaticano ha concluso l'alleanza col fascismo andrà senz'altro abolito, per affermare il carattere puramente laico dello stato, e per fissare in modo inequivocabile la supremazia dello stato sulla vita civile. Tutte le credenze religiose dovranno essere ugualmente rispettate, ma lo stato non dovrà più avere un bilancio dei culti, e dovrà riprendere la sua opera educatrice per lo sviluppo dello spirito critico;
b. la baracca di cartapesta che il fascismo ha costruito con l'ordinamento corporativo cadrà in frantumi, insieme alle altre parti dello stato totalitario. C'è chi ritiene che da questi rottami si potrà domani trarre il materiale per il nuovo ordine costituzionale. Noi non lo crediamo. Nello stato totalitario le Camere corporative sono la beffa, che corona il controllo poliziesco sui lavoratori. Se anche però le Camere corporative fossero la sincera espressione delle diverse categorie dei produttori, gli organi di rappresentanza delle diverse categorie professionali non potrebbero mai essere qualificati per trattare questioni di politica generale, e nelle questioni più propriamente economiche diverrebbero organi di sopraffazione delle categorie sindacalmente più potenti.
Ai sindacati spetteranno ampie funzioni di collaborazione con gli organi statali, incaricati di risolvere i problemi che più direttamente li riguardano, ma è senz'altro da escludere che ad essi vada affidata alcuna funzione legislativa, poiché risulterebbe un'anarchia feudale nella vita economica, concludentesi in un rinnovato dispotismo politico. Molti che si sono lasciati prendere ingenuamente dal mito del corporativismo potranno e dovranno essere attratti all'opera di rinnovamento, ma occorrerà che si rendano conto di quanto assurda sia la soluzione da loro confusamente sognata. Il corporativismo non può avere vita concreta che nella forma assunta dagli stati totalitari, per irreggimentare i lavoratori sotto funzionari che ne controllano ogni mossa nell'interesse della classe governante.

 

 

IV - LA SITUAZIONE RIVOLUZIONARIA: VECCHIE E NUOVE CORRENTI





























La caduta dei regimi totalitari significherà per interi popolo l'avvento della "libertà" sarà scomparso ogni freno ed automaticamente regneranno amplissime libertà di parola e di associazione.
Sarà il trionfo delle tendenze democratiche. Esse hanno innumerevoli sfumature che vanno da un liberalismo molto conservatore, fino al socialismo e all'anarchia. Credono nella "generazione spontanea" degli avvenimenti e delle istituzioni, nella bontà assoluta degli impulsi che vengono dal basso. Non vogliono forzare la mano alla "storia" al "popolo" al "proletariato" o come altro chiamano il loro dio. Auspicano la fine delle dittature immaginandola come la restituzione al popolo degli imprescrittibili diritti di autodeterminazione. Il coronamento dei loro sogni è un'assemblea costituente eletta col più esteso suffragio e col più scrupoloso rispetto degli elettori, la quale decida che costituzione il popolo debba darsi. Se il popolo è immaturo se ne darà una cattiva, ma correggerla si potrà solo mediante una costante opera di convinzione.
I democratici non rifuggono per principio dalla violenza, ma la vogliono adoperare solo quando la maggioranza sia convinta della sua indispensabilità, cioè propriamente quando non è più altro che un pressoché superfluo puntino da mettere sulla i. Sono perciò dirigenti adatti solo nelle epoche di ordinaria amministrazione, in cui un popolo è nel suo complesso convinto della bontà delle istituzioni fondamentali, che debbono essere ritoccate solo in aspetti relativamente secondari. Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente. La pietosa impotenza dei democratici nelle rivoluzioni russa, tedesca, spagnola, sono tre dei più recenti esempi.
In tali situazioni, caduto il vecchio apparato statale, con le sue leggi e la sua amministrazione, pullulano immediatamente, con sembianza di vecchia legalità o sprezzandola, una quantità di assemblee e rappresentanze popolari in cui convergono e si agitano tutte le forze sociali progressiste. Il popolo ha sì alcuni bisogni fondamentali da soddisfare, ma non sa con precisione cosa volere e cosa fare. Mille campane suonano alle sue orecchie, con i suoi milioni di teste non riesce a raccapezzarsi, e si disgrega in una quantità di tendenze in lotta tra loro.
Nel momento in cui occorre la massima decisione e audacia, i democratici si sentono smarrirti non avendo dietro uno spontaneo consenso popolare, ma solo un torbido tumultuare di passioni; pensano che loro dovere sia di formare quel consenso, e si presentano come predicatori esortanti, laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare; perdono le occasioni favorevoli al consolidamento del nuovo regime, cercando di far funzionare subito organi che presuppongono una lunga preparazione e sono adatti ai periodi di relativa tranquillità; danno ai loro avversari armi di cui quelli poi si valgono per rovesciarli; rappresentano insomma, nelle loro mille tendenze, non già la volontà di rinnovamento, ma le confuse volontà regnanti in tutte le menti, che, paralizzandosi a vicenda, preparano il terreno propizio allo sviluppo della reazione. La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria.
Man mano che i democratici logorassero nelle loro logomachie la loro prima popolarità di assertori della libertà, mancando ogni seria rivoluzione politica e sociale, si andrebbero immancabilmente ricostituendo le istituzioni politiche pretotalitarie, e la lotta tornerebbe a svilupparsi secondo i vecchi schemi della contrapposizione delle classi.
Il principio secondo il quale la lotta di classe è il termine cui van ridotti tutti i problemi politici ha costituito la direttiva fondamentale, specialmente degli operai delle fabbriche, ed ha giovato a dare consistenza alla loro politica, finché non erano in questione le istituzioni fondamentali della società. Ma si converte in uno strumento di isolamento del proletariato, quando si imponga la necessità di trasformare l'intera organizzazione della società. Gli operai educati classisticamente non sanno allora vedere che le loro particolari rivendicazioni di classe, o di categoria, senza curarsi di come connetterle con gli interessi degli altri ceti, oppure aspirano alla unilaterale dittatura delle loro classe, per realizzare l'utopistica collettivizzazione di tutti gli strumenti materiali di produzione, indicata da una propaganda secolare come il rimedio sovrano di tutti i loro mali. Questa politica non riesce a far presa su nessun altro strato fuorché sugli operai, i quali così privano le altre forze progressive del loro sostegno, e le lasciano cadere in balia della reazione, che abilmente le organizza per spezzare le reni allo stesso movimento proletario.
Delle varie tendenze proletarie, seguaci della politica classista e dell'ideale collettivista, i comunisti hanno riconosciuto la difficoltà di ottenere un seguito di forze sufficienti per vincere, e per ciò si sono — a differenza degli altri partiti popolari — trasformati in un movimento rigidamente disciplinato, che sfrutta quel che residua del mito russo per organizzare gli operai, ma non prende leggi da essi, e li utilizza nelle più disparate manovre.
Questo atteggiamento rende i comunisti, nelle crisi rivoluzionarie, più efficienti dei democratici; ma tenendo essi distinte quanto più possono le classi operaie dalle altre forze rivoluzionarie — col predicare che la loro "vera" rivoluzione è ancora da venire — costituiscono nei momenti decisivi un elemento settario che indebolisce il tutto. Inoltre la loro assidua dipendenza allo stato russo, che li ha ripetutamente adoperati senza scrupoli per il perseguimento della sua politica nazionale, impedisce loro di perseguire una politica con un minimo di continuità. Hanno sempre bisogno di nascondersi dietro un Karoly, un Blum, un Negrin, per andare poi fatalmente in rovina dietro i fantocci democratici adoperati, poiché il potere si consegue e si mantiene non semplicemente con la furberia, ma con la capacità di rispondere in modo organico e vitale alle necessità della società moderna. La loro scarsa consistenza si palesa invece senza possibilità di equivoci quando, venendo a mancare il camuffamento, fanno regolarmente mostra di un puro verbalismo estremista.
Se la lotta restasse domani ristretta nel tradizionale campo nazionale, sarebbe molto difficile sfuggire alle vecchie aporie. Gli stati nazionali hanno infatti già così profondamente pianificato le proprie rispettive economie che la questione centrale diverrebbe ben presto quella di sapere quale gruppo di interessi economici, cioè quale classe, dovrebbe detenere le leve di comando del piano. Il fronte delle forze progressiste sarebbe facilmente frantumato nella rissa tra classi e categorie economiche. Con le maggiori probabilità i reazionari sarebbero coloro che ne trarrebbero profitto. Ma anche i comunisti, nonostante le loro deficienze, potrebbero avere il loro quarto d'ora, convogliare le masse stanche, deluse, assumere il potere ed adoperarlo per realizzare, come in Russia, il dispotismo burocratico su tutta la vita economica, politica e spirituale del paese.
Una situazione dove i comunisti contassero come forza politica dominante significherebbe non uno sviluppo non in senso rivoluzionario, ma già il fallimento del rinnovamento europeo.
Larghissime masse restano ancora influenzate o influenzabili dalle vecchie tendenze democratiche e comuniste, perché non scorgono nessuna prospettiva di metodi e di obiettivi nuovi. Tali tendenze sono però formazioni politiche del passato; da tutti gli sviluppi storici recenti nulla hanno appreso, nulla dimenticato; incanalano le forze progressiste lungo strade che non possono serbare che delusioni e sconfitte; di fronte alle esigenze più profonde del domani costituiscono un ostacolo e debbono o radicalmente modificarsi o sparire.
Un vero movimento rivoluzionario dovrà sorgere da coloro che hanno saputo criticare le vecchie impostazioni politiche; dovrà sapere collaborare con le forze democratiche, con quelle comuniste, ed in genere con quanti cooperano alla disgregazione del totalitarismo, ma senza lasciarsi irretire dalla loro prassi politica.
Il partito rivoluzionario non può essere dilettantescamente improvvisato nel momento decisivo, ma deve sin da ora cominciare a formarsi almeno nel suo atteggiamento politico centrale, nei suoi quadri generali e nelle prime direttive d'azione. Esso non deve rappresentare una coalizione eterogenea di tendenze, riunite solo transitoriamente e negativamente, cioè per il loro passato antifascista e nella semplice del disgregamento del totalitarismo, pronte a disperdersi ciascuna per la sua strada una volta raggiunta quella caduta. Il partito rivoluzionario deve sapere invece che solo allora comincerà veramente la sua opera e deve perciò essere costituito di uomini che si trovino d'accordo sui principali problemi del futuro. Deve penetrare con la sua propaganda metodica ovunque ci siano degli oppressi dell'attuale regime, e, prendendo come punto di partenza quello volta volta sentito come il più doloroso dalle singole persone e classi, mostrare come esso si connetta con altri problemi e quale possa esserne la vera soluzione. Ma dalla schiera sempre crescente dei suoi simpatizzanti deve attingere e reclutare nell'organizzazione del partito solo coloro che abbiano fatto della rivoluzione europea lo scopo principale della loro vita, che disciplinatamente realizzino giorno per giorno il lavoro necessario, provvedano oculatamente alla sicurezza, continua ed efficacia di esso, anche nella situazione di più dura illegalità, e costituiscano così la solida rete che dia consistenza alla più labile sfera dei simpatizzanti.
Pur non trascurando nessuna occasione e nessun campo per seminare la sua parola, esso deve rivolgere la sua operosità in primissimo luogo a quegli ambienti che sono i più importanti come centri di diffusione di idee e come centri di reclutamento di uomini combattivi; anzitutto verso i due gruppi sociali più sensibili nella situazione odierna, e decisivi in quella di domani, vale a dire la classe operaia e i ceti intellettuali. La prima è quella che meno si è sottomessa alla ferula totalitaria, che sarà la più pronta a riorganizzare le proprie file. Gli intellettuali, particolarmente i più giovani, sono quelli che si sentono spiritualmente soffocare e disgustare dal regnante dispotismo. Man mano altri ceti saranno inevitabilmente attratti nel movimento generale.
Qualsiasi movimento che fallisca nel compito di alleanza di queste forze è condannato alla sterilità, poiché, se è movimento di soli intellettuali, sarà privo di quella forza di massa necessaria per travolgere le resistenze reazionarie, sarà diffidente e diffidato rispetto alla classe operaia; ed anche se animato da sentimenti democratici, sarà proclive a scivolare, di fronte alle difficoltà, sul terreno della reazione di tutte le altre classi contro gli operai, cioè verso una restaurazione.
Se poggerà solo sulla classe operaia sarà privo di quella chiarezza di pensiero che non può venire che dagli intellettuali, e che è necessaria per ben distinguere i nuovi compiti e le nuove vie: rimarrà prigioniero del vecchio classismo, vedrà nemici dappertutto, e sdrucciolerà sulla dottrinaria soluzione comunista.
Durante la crisi rivoluzionaria spetta a questo partito organizzare e dirigere le forze progressiste, utilizzando tutti quegli organi popolari che si formano spontaneamente come crogioli ardenti in cui vanno a mischiarsi le forze rivoluzionarie, non per emettere plebisciti, ma in attesa di essere guidate.
Esso attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto, non da una preventiva consacrazione da parte della ancora inesistente volontà popolare, ma nella sua coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna. Dà in tal modo le prime direttive del nuovo ordine, la prima disciplina sociale alle nuove masse. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato e attorno ad esso la nuova democrazia.
Non è da temere che un tale regime rivoluzionario debba necessariamente sbocciare in un nuovo dispotismo. Vi sbocca se è venuto modellando un tipo di società servile. Ma se il partito rivoluzionario andrà creando con polso fermo fin dai primissimi passi le condizioni per una vita libera, in cui tutti i cittadini possano veramente partecipare alla vita dello stato, la sua evoluzione sarà, anche se attraverso eventuali secondarie crisi politiche, nel senso di una progressiva comprensione ed accettazione da parte di tutti del nuovo ordine, e perciò nel senso di una crescente possibilità di funzionamento di istituzioni politiche libere.
Oggi è il momento in cui bisogna saper gettare via vecchi fardelli divenuti ingombranti, tenersi pronti al nuovo che sopraggiunge così diverso da tutto quello che si era immaginato, scartare gli inetti fra i vecchi e suscitare nuove energie tra i giovani. Oggi si cercano e si incontrano, cominciando a tessere la trama del futuro, coloro che hanno scorto i motivi dell'attuale crisi della civiltà europea, e che perciò raccolgono l'eredità di tutti i movimenti di elevazione dell'umanità, naufragati per incomprensione del fine da raggiungere o dei mezzi come raggiungerlo.
La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà.

Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni